
Un gruppo di accademici, economisti, attivisti e specialisti dell'Università di Harvard ha presentato una proposta per affrontare la profonda crisi dell'isola, che prevede da un'amnistia generale per i prigionieri politici fino alla convocazione, a medio e lungo termine, di una nuova Assemblea Costituente.
Il documento, pubblicato il 10 settembre con il titolo Rapporto del Gruppo di Lavoro di Harvard sul Futuro di Cuba, fa parte di una diagnosi forte: Cuba sta attraversando una crisi economica, politica, demografica, energetica, sanitaria, alimentare, educativa e delle infrastrutture che minaccia la stabilità e il futuro del paese.
I responsabili chiariscono che si tratta di un «documento vivo, in costruzione», che sarà sottoposto a consultazioni, revisioni e modifiche. I contributi provengono dai partecipanti a titolo individuale e non rappresentano necessariamente le posizioni delle istituzioni a cui sono affiliati.
Un'economia in bancarotta e un paese che si svuota
Il rapporto attribuisce la bancarotta economica cubana a «decenni di inefficienza e di politiche economiche e di investimento errate», anche se sostiene che le recenti misure punitive degli Stati Uniti hanno intensificato gli effetti della crisi sulla popolazione.
Tra il 2019 e il 2024, secondo i dati raccolti dal Gruppo di Lavoro, il prodotto interno lordo cubano è diminuito dell'11%, la produzione agricola è calata del 58% e il settore manifatturiero ha registrato un ribasso del 42%. La produzione di zucchero è crollata dell'87%.
Il deterioramento risulta ancora più evidente in alcuni alimenti fondamentali. Tra il 2017 e il 2024, la produzione di carne di maiale è diminuita del 97 %; quella di riso, del 75 %; quella di fagioli, dell'80 %; quella di latte, del 56 %; quella di ortaggi, del 69 %; e quella di tuberi, del 46 %. Cuba importa attualmente oltre il 70 % dei suoi alimenti, inclusi prodotti storicamente associati alla produzione nazionale, come zucchero e caffè.
Alla debacle economica si aggiunge quello che il documento definisce un «svuotamento demografico». Il saldo migratorio accumulato tra il 2013 e il 2024 supera i tre milioni di persone, rispetto agli 11,1 milioni di abitanti registrati nel censimento del 2012. A ciò si aggiungono una fertilità estremamente bassa e un numero di decessi superiore a quello delle nascite almeno dal 2020.
Il risultato è anche un rapido invecchiamento: circa il 25% della popolazione cubana ha attualmente più di 60 anni, secondo le cifre citate nel rapporto.
Ospedali, fame, blackout e città deteriorate
Il Gruppo di Lavoro descrive uno Stato sempre meno in grado di fornire servizi essenziali. Il deterioramento colpisce il sistema elettrico, l'approvvigionamento idrico, i trasporti, la raccolta dei rifiuti, gli ospedali e le scuole.
In campo alimentare, il documento cita uno studio del 2026 dell'Osservatorio Cubano dei Diritti Umani secondo cui otto persone su dieci rinunciano a uno dei tre pasti giornalieri per mancanza di risorse.
La casa rappresenta un altro dei grandi problemi. Il deficit abitativo supera le 800.000 unità e una parte considerevole del patrimonio residenziale si trova in condizioni cattive o discrete. Il rapporto evidenzia inoltre il deterioramento delle strade, dei ponti e delle ferrovie.
Gli autori mettono in contrapposizione queste carenze con la politica di investimenti del governo. Tra il 2014 e il 2024, il turismo ha ricevuto tra il 25% e il 50% dell'investimento totale del paese. Nel 2024, le investimenti turistici sono stati 14 volte superiori a quelli destinati al settore agroalimentare e 11 volte maggiori rispetto a quelli per la salute, l'assistenza sociale e l'istruzione.
Il problema fondamentale è politico
Más allá delle cifre economiche, il rapporto pone al centro della crisi un problema politico: la profonda erosione della legittimità del governo cubano, la sua incapacità di risolvere i problemi nazionali e l'esistenza di strutture autoritarie che limitano l'imprenditorialità, la creazione artistica, l'attività scientifica e il dibattito pubblico.
Il documento dedica particolare attenzione alla risposta del governo alle proteste dell'11 luglio 2021 e ricorda l'«ordine di combattimento» pronunciato allora da Miguel Díaz-Canel, seguito da un'ondata repressiva e dall'incarcerazione di centinaia di manifestanti.
Secondo i dati di Prisoners Defenders citati nel rapporto, alla fine di giugno 2026 c'erano più di 1.300 prigionieri politici a Cuba.
I autori mettono in discussione anche l'efficacia dello stato di diritto sotto la Costituzione del 2019, evidenziando la supremazia costituzionale del Partito Comunista, l'assenza di un vero equilibrio tra i poteri pubblici e le violazioni sistematiche dei diritti come la libertà di espressione, di stampa, di associazione e di movimento.
Il rapporto chiede inoltre l'abrogazione di norme come i decreti legge 349, 370 e 35, utilizzati per limitare la creazione artistica, l'espressione pubblica e la diffusione di contenuti su internet.
GAESA, un «Stato nello Stato»
Il conglomerato militare GAESA occupa una posizione particolarmente critica. Il rapporto sostiene che funzioni come un «Stato dentro lo Stato», al di fuori dei controlli istituzionali ordinari, e ricorda che i suoi conti non sono pubblici né sono soggetti a un'effettiva audit da parte dell'Assemblea Nazionale.
GAESA controlla settori strategici che includono turismo, energia, telecomunicazioni, finanza, immobili, supermercati e rimesse, oltre a determinati segmenti industriali.
Il documento mette anche in discussione l'opacità dei colloqui tra i governi di Cuba e Stati Uniti e menziona la partecipazione di persone collegate alla famiglia Castro senza responsabilità governative note. Tra queste, identifica il colonnello Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro, a cui collega con il tessuto militare-imprenditoriale.
Amnistia per i prigionieri politici come primo passo
Frente a questo panorama, il Gruppo di Lavoro sostiene che «non c'è soluzione» alle molteplici crisi del paese senza cambiamenti politici immediati e passi verso un governo di transizione percepito come legittimo.
Su proposta parte da una premessa particolarmente rilevante: le stesse autorità cubane dovrebbero prendere l'iniziativa e agire come facilitatori di una transizione pacifica, con la partecipazione della società civile, dell'opposizione, della diaspora, degli Stati Uniti e della comunità internazionale.
Il primo passo sarebbe un'amnistia generale e incondizionata per i prigionieri politici.
La misura dovrebbe essere accompagnata dalla descriminalizzazione di forme di protesta, pensiero ed espressione riconosciute anche dalla Costituzione vigente, così come dall'eliminazione di restrizioni extralegali come quelle applicate ai cosiddetti «regolati».
«Qualsiasi cubano che lo desideri deve poter uscire e rientrare nella propria terra», sostiene il documento.
Il ruolo degli Stati Uniti
Il rapporto considera che un'amnistia dovrebbe ricevere una risposta «immediata, positiva e contundente» da Washington, a cominciare dall'alleviamento delle sanzioni che colpiscono il rifornimento di carburante, seguita da risorse destinate a stabilizzare l'economia e favorire le riforme.
Gli autori sostengono che la crisi cubana precede al inasprimento della politica statunitense e ha profonde cause interne, ma ritengono che le sanzioni dell'amministrazione Trump hanno notevolmente aggravato le loro conseguenze umanitarie.
Il documento qualifica le attuali politiche statunitensi nei confronti di Cuba come «esplicitamente imperialiste» e mette in discussione il fatto che Washington fornisca aiuti umanitari mentre mantiene misure che, secondo gli autori, contribuiscono ad approfondire l'emergenza.
Settore privato e diaspora per ricostruire Cuba
Nel settore economico, il rapporto assegna un ruolo protagonista al settore privato cubano, che già fornisce lavoro a circa un terzo delle persone occupate e ha saputo svilupparsi nonostante le restrizioni normative e le difficoltà dell'ambiente.
La proposta prevede di liberalizzare il regime giuridico dell'uso produttivo della terra, incentivare la produzione privata di alimenti e sfruttare il capitale, le conoscenze e le reti imprenditoriali della diaspora.
Propone anche la reincorporazione di Cuba in istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Interamericana di Sviluppo e CAF, oltre a stabilire procedure trasparenti per risolvere le richieste relative a beni confiscati.
Il documento prevede altresì che la diaspora possa contribuire a liberalizzare le politiche commerciali e creditizie statunitensi e, eventualmente, a promuovere la revoca della Legge Helms-Burton.
Le risorse ottenute dovrebbero essere indirizzate prioritariamente all'elettricità, agli ospedali, ai servizi sanitari, all'istruzione, all'abitazione, ai trasporti e alle infrastrutture, con politiche finalizzate a evitare che la ricostruzione approfondisca le disuguaglianze esistenti.
Una nuova Costituzione e un'economia sociale di mercato
A medio e lungo termine, il Gruppo di Lavoro propone di convocare una nuova Assemblea Costituente che avvii un dibattito nazionale rimandato da decenni e ponga le basi per un sistema democratico e pluralistico.
Nel campo economico, punta su attenzione su una «economia sociale di mercato» capace di generare prosperità con maggiore equità e sotto un quadro legale che riconosca diverse forme di proprietà, inclusa quella privata.
La proposta riserva inoltre un ruolo essenziale ai cubani che vivono all'estero. Il documento rifiuta di ridurre la diaspora a una fonte di rimesse e definisce Cuba come una nazione transnazionale composta sia da coloro che rimangono sull'isola sia da coloro che risiedono all'estero.
Il Gruppo di Lavoro riconosce che costruire un consenso tra attori così diversi sarà difficile, ma considera che una transizione democratica negoziata e pacifica rappresenti l'uscita possibile di fronte a uno scenario che giudica insostenibile.
«Siamo consapevoli che una transizione democratica a Cuba richiede la volontà condivisa di attori così diversi come il governo dell'isola, l'amministrazione degli Stati Uniti, organizzazioni della diaspora, la comunità internazionale, settori dell’opposizione e la società civile», conclude il rapporto. «Costruire quel consenso non sarà facile. Ma per Cuba e i cubani, è semplicemente l'unica opzione».
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