
Il rapporto del Gruppo di Lavoro di Harvard sul Futuro di Cuba non si limita a diagnosticare il deterioramento economico, sociale e politico dell'isola. Cerca anche di rispondere a una domanda molto più complessa: come dovrebbe essere organizzata Cuba dopo una transizione democratica?
La proposta a lungo termine prevede di costruire un sistema politico democratico e plurale accompagnato da un’«economia sociale di mercato», con diverse forme di proprietà, inclusa espressamente la proprietà privata.
Il documento, pubblicato il 10 settembre dopo sei mesi di lavoro convocato dal Programma di Studi di Cuba e dall'Istituto di Ricerche Afrolatinoamericane dell'Università di Harvard, propone inoltre una nuova Assemblea Costituente, una trasformazione profonda del modello economico e l'inserimento della diaspora come attore fondamentale nella ricostruzione nazionale.
I suoi promotori avvertono che si tratta di un «documento vivo, in costruzione», soggetto a consultazioni e modifiche, e che i contributi dei partecipanti sono individuali e non rappresentano le posizioni delle istituzioni di cui fanno parte.
Una nuova Assemblea Costituente
L'orizzonte politico delineato dal rapporto va ben oltre l'introduzione di riforme nelle strutture attuali.
«Nel medio e lungo termine, Cuba avrà bisogno di una nuova assemblea costituente che permetta un dibattito nazionale che è stato rinviato per decenni», sostengono gli autori.
La finalità sarebbe stabilire le basi di un «sistema democratico e pluralista».
Quel processo arriverebbe dopo una prima fase in cui, secondo la tabella di marcia presentata dal Gruppo di Lavoro, dovrebbero essere liberati tutti i prigionieri politici, abrogate varie norme repressive e garantiti i diritti di espressione, protesta e movimento.
L'Assemblea Costituente sarebbe, pertanto, una fase successiva destinata a costruire un nuovo assetto politico, giuridico e istituzionale per il paese.
Una «economia sociale di mercato»
La trasformazione politica avrebbe il suo equivalente economico.
Il Gruppo di Lavoro condivide l'obiettivo formulato dagli economisti cubani di costruire un «economia sociale di mercato» che generi prosperità e consenta di distribuirla in modo equo tra i diversi settori della popolazione e le regioni del paese.
La proposta prevede un cambiamento sostanziale rispetto all'attuale modello socialista: la nuova legislazione dovrebbe garantire diverse forme di proprietà, inclusa quella privata.
Il rapporto identifica chiaramente il settore privato esistente come uno degli attivi con cui Cuba potrebbe iniziare la sua ricostruzione.
Secondo il documento, quel settore fornisce già lavoro a circa un terzo delle persone occupate nel paese e è riuscito ad espandersi nonostante le barriere normative, i problemi logistici e un contesto economico estremamente sfavorevole.
Per gli autori, le migliaia di imprese private sorte negli ultimi anni costituiscono una riserva di capacità imprenditoriale che potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella ripresa.
Liberalizzare la terra e produrre alimenti
L'agricoltura è tra le priorità.
Il rapporto propone di liberalizzare il regime giuridico dell'uso della terra per fini produttivi e di incentivare sia il settore privato che gli investitori a aumentare la produzione e la commercializzazione di alimenti.
La raccomandazione risponde al crollo agricolo che lo stesso documento descrive.
Tra il 2019 e il 2024, la produzione agricola cubana è calata del 58%. Se si analizzano prodotti specifici tra il 2017 e il 2024, il declino è stato del 97% nella carne di maiale, del 75% nel riso, dell'80% nei fagioli, del 56% nel latte, del 69% nelle verdure e del 46% nei tuberi.
Cuba attualmente importa oltre il 70% degli alimenti che consuma, secondo i dati raccolti dal Gruppo di Lavoro.
La ricostruzione economica proposta nel rapporto comporterebbe, quindi, un cambiamento delle regole che hanno condizionato per decenni la produzione agropecuaria e trasformare la sicurezza alimentare in una priorità d'investimento.
La diaspora come capitale, conoscenza e potere economico
Uno dei cambiamenti concettuali più importanti del documento consiste nel smettere di considerare i cubani residenti all'estero fondamentalmente come fornitori di rimesse.
«Cuba è una nazione transnazionale», sostiene il rapporto, che include all'interno di questa comunità nazionale sia i residenti nell'isola che la diaspora.
I autori ritengono che i cubani all'estero potrebbero fornire capitale, conoscenze, reti professionali ed esperienza imprenditoriale per riattivare le capacità esistenti in settori come il turismo, l'industria farmaceutica, la biotecnologia e la produzione alimentare.
Il rapporto sottolinea che molte imprese private cubane sono già cresciute grazie a relazioni familiari e professionali con imprenditori e investitori della diaspora.
Ma il ruolo che propone per gli emigrati sarebbe notevolmente maggiore.
La diaspora potrebbe anche utilizzare la sua influenza per favorire la liberalizzazione delle politiche commerciali e creditizie degli Stati Uniti verso Cuba e ottenere risorse economiche per la ricostruzione.
Cuba di ritorno al FMI, Banco Mondiale e BID
Il Gruppo di Lavoro ritiene inoltre che una Cuba in trasformazione dovrebbe reintegrarsi nelle principali istituzioni finanziarie internazionali.
Il documento menziona espressamente il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale, la Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e la Banca di Sviluppo dell'America Latina e dei Caraibi (CAF).
L'accesso a queste istituzioni permetterebbe di ottenere risorse per ricostruire servizi e infrastrutture che attualmente si trovano in condizioni critiche.
Tra le priorità figurano il sistema elettrico, gli ospedali, i servizi sanitari, l'istruzione, la costruzione e la riparazione delle abitazioni, il trasporto e l'infrastruttura stradale.
Gli autori avvertono, tuttavia, che l'apertura economica non dovrebbe portare a una ricostruzione che avvantaggi esclusivamente coloro che hanno già accesso a valute e capitali.
«Non c'è possibilità di normalizzazione senza equità e inclusione», afferma il documento.
Il difficile problema delle proprietà confiscate
La trasformazione delle relazioni economiche con gli Stati Uniti obbligherebbe anche ad affrontare una delle questioni in sospeso sin dai primi anni della Rivoluzione: le proprietà confiscate.
Il rapporto propone di stabilire «procedure trasparenti e riconosciute a livello internazionale» per affrontare tali richieste.
Riconosce che si tratta di un problema difficile che dovrebbe essere risolto tenendo in considerazione sia gli interessi dei cubani residenti nella diaspora che le realtà di coloro che vivono attualmente sull'isola.
Il documento arriva a contemplare che la diaspora possa eventualmente contribuire alla revoca della Legge Helms-Burton, che dal 1996 limita considerevolmente le facoltà di un presidente statunitense di normalizzare autonomamente le relazioni economiche con Cuba.
Capital privato anche per ospedali e università
La proposta non riserva l'iniziativa privata esclusivamente per attività imprenditoriali.
Il Gruppo di Lavoro propone di legalizzare e promuovere associazioni private senza scopo di lucro in grado di supportare musei, biblioteche, università, scuole, ospedali e altri centri di servizio.
«La filantropia privata, regolata con trasparenza e beneficiaria di concessioni fiscali, deve essere mobilitata come un attore importante nella ricostruzione del paese», segnala il rapporto.
L'idea prevede di introdurre fonti di finanziamento private e filantropiche nelle istituzioni che per decenni hanno fatto affidamento principalmente sullo Stato.
Una trasformazione politica ed economica simultanea
Il modello descritto dal Gruppo di Lavoro non prevede semplicemente di sostituire la pianificazione statale con un mercato senza restrizioni.
La sua proposta combina democrazia rappresentativa, pluralismo politico, proprietà privata, mercato, protezione sociale e politiche esplicite per la riduzione delle disuguaglianze.
Il nuovo apparato istituzionale dovrebbe prestare attenzione specifica al razzismo e alla disuguaglianza razziale. Gli autori citano come riferimento organismi e politiche di azione affermativa sviluppati in altri paesi latinoamericani, in particolare in Brasile.
Tutto ciò fa parte di uno scenario che il rapporto riconosce essere difficile da costruire.
Per raggiungere quella Cuba, sostiene il Gruppo di Lavoro, sarebbe necessaria la partecipazione di attori con posizioni profondamente contrapposte: le autorità dell'isola, l'opposizione, la società civile, la diaspora, gli Stati Uniti e la comunità internazionale.
La proposta, tuttavia, stabilisce con abbastanza chiarezza il destino a cui dovrebbe condurre questo processo: una Cuba democratica e plurale, con proprietà privata e un'economia sociale di mercato, nuovamente connessa con le istituzioni finanziarie internazionali e nella quale i milioni di cubani della diaspora partecipino attivamente alla ricostruzione del paese.
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