
Per comprendere l'ansia e lo scetticismo che permeano oggi le strade dell'Avana, di Miami e ovunque ci sia un cubano, bisogna prima guardare l'orologio con la freddezza delle statistiche. L'operazione chirurgica che ha estratto Nicolás Maduro da Caracas il 3 gennaio 2026 non è stata un impulso sconsiderato di Washington, ma il risultato di un processo che ha richiesto 5 anni, 9 mesi e 8 giorni a partire dal momento in cui il Dipartimento di Giustizia del Distretto Meridionale di New York ha presentato le accuse di narcoterrorismo il 26 marzo 2020.
Quel calcolo numerico, di 2.109 giorni di asfissia diplomatica, intelligenza e preparazione legale, è la chiave per disarmare il messaggio che molti ripetono e che è molto utile alla propaganda ufficiale, secondo cui «a Cuba non c'è petrolio e perciò gli Stati Uniti non intervengono». Coloro che sostengono questo argomento confondono la geopol política del XXI secolo con una transazione commerciale di idrocarburi, ignorando che la vera variabile della Casa Bianca, di fronte al regime cubano, non si misura in barili, ma in termini di sicurezza nazionale, contenimento emiferico e stabilità regionale.
A solo 90 miglia dalla costa della Florida, quella valutazione di sicurezza ha assunto una nuova urgenza, dopo i rapporti di intelligence emersi nel maggio 2026 con la rivelazione che L'Avana aveva acquisito oltre 300 droni russi e iraniani, ma anche a seguito della notizia di possibili attacchi a obiettivi strategici come la Base Navale di Guantánamo o strutture militari a Key West. A questo si aggiungono i rapporti di Cuba con questi due paesi e la Cina, così come il sostegno esplicito di Mosca al regime cubano di fronte alle dichiarazioni e alle sanzioni degli Stati Uniti.
L'affermazione recente di Donald Trump secondo cui «Marco Rubio voleva sapere di più su Cuba, ma in realtà già sapeva tutto» conferma che Washington possiede una radiografia assoluta e dettagliata sulla cúpola militare e sa perfettamente dove risiede il comando reale. È in questo contesto di sicurezza che si definiscono le differenze sostanziali.
Mientras Maduro è stato processato come il capo di una rete transnazionale di crimine organizzato (il Cartello dei Sole), la accusa contro Raúl Castro, per cospirazione per assassinare cittadini statunitensi per l'abbattimento degli aerei di Hermanos al Rescate nel 1996, presentata a maggio 2026, colpisce direttamente il sostegno del regime. Imputandolo, gli Stati Uniti hanno demolito la narrativa che i dittatori cubani se ne vadano senza pagare, anche se persistono voci sulla morte del dittatore novantenne.
Ma al di là del fascicolo del 1996, la realtà strategica è inequivocabile: anche se non esistesse tale precedente, l'obiettivo centrale della giustizia americana sarebbe sempre Raúl e non la figura decorativa di Miguel Díaz-Canel. Washington sa che il vero sostegno della tirannia e il responsabile di decenni di crimini contro l'umanità nei confronti del popolo cubano è il vecchio generale.
A Cuba si sta applicando un modello di asfissia strutturale a tenaglia, concetto già coniato dagli analisti geopolitici per definire lo strangolamento sistematico della dittatura. Questa asfissia si traduce in una serie di sanzioni coordinate dal segretario di Stato, Marco Rubio, che mirano ad soffocare i flussi finanziari verso il conglomerato militare Gaesa, bloccare le transazioni bancarie internazionali con l'isola e colpire settori chiave come il nichel, costringendo perfino il ritiro di multinazionali straniere.
Le negoziazioni bilaterali sui generis, che la dittatura prima ha negato categoricamente, poi ha ammesso e infine ha dichiarato interrotte, accusando gli Stati Uniti di fabbricare pretesti, dimostrano che il castrismo non desidera le stesse cose della sua controparte e che i colloqui si stanno esaurendo. A differenza della dittatura venezuelana, che aveva ancora risorse per gestire la sua economia, il regime dell'Avana non dispone di un salvagente continuato che finanzi la sua inefficienza né il suo apparato repressivo, nonostante abbia alleati.
Coloro che si sentono demoralizzati dall'assenza di un intervento visibile confondono la mancanza di un'operazione militare evidente con inattività. Gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di schierare truppe per annientare Cuba; il Paese è già immerso, a causa delle sue politiche fallimentari, in un blackout sistemico permanente, con un malcontento popolare in crescita che si manifesta per le strade, senza liquidità finanziaria, con un'infrastruttura collassata e senza alcun segno di legittimità del potere.
La strategia statunitense sembra mirare a cercare un punto di rottura all'interno delle stesse strutture intermedie delle FAR, del MININT o del settore imprenditoriale militare, o affinché la stessa dittatura si orienti verso cambiamenti politici ed economici. Nel frattempo, si presume che Raúl Guillermo Rodríguez Castro sia la figura davanti o dietro a suo nonno.
Tuttavia, in mezzo a questo prolungato ingranaggio di tempi giudiziari e geopolitici, emerge la tragedia più dolorosa: mentre questo processo avanza e la tenaglia si stringe, è il popolo cubano a pagare il costo umano diretto con la propria vita. La popolazione intrappolata nell'isola non affronta solo la repressione, ma una crisi umanitaria che porta via vite ogni giorno.
Il desenlace di Caracas ha lasciato una lezione fondamentale: la giustizia americana prosegue con ritmi processuali e un'intelligence chirurgica che spesso possono sembrare lenti, ma quando agisce, lo fa in modo inappellabile. Nel caso di Cuba, il conto alla rovescia non è iniziato con discorsi pubblici né si fermerà per la mancanza di petrolio; è iniziato il giorno in cui la permanenza del regime è diventata una minaccia inaccettabile per la sicurezza dell'emisfero e del suo vicino. Oggi, la domanda inevitabile che ci si pone nei corridoi del potere, nei mezzi di comunicazione e tra i cubani dentro e fuori dall'isola è se l'assedio a La Habana porterà allo stesso risultato dell'equazione di Caracas.
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