“Cubastroika” o transizione reale? I dubbi lasciati dalla strategia su Cuba attribuita a Washington

Marco Rubio e Miguel Díaz-CanelFoto © Flickr / Dipartimento di Stato degli Stati Uniti - DW / Yamil Lage

I recenti reportage pubblicati dal quotidiano statunitense  sul possibile accordo economico tra l'amministrazione di Donald Trump e il regime cubano hanno aperto un intenso dibattito sul futuro della politica statunitense verso l'isola.  

Le informazioni indicano una strategia basata su pressioni economiche combinate con un'apertura selettiva al settore privato cubano, con la possibilità di accordi in settori come porti, energia e turismo, nonché una eventuale flessibilità delle restrizioni sui viaggi per gli americani

Uno degli elementi più evidenti di quel scenario è l'ipotesi di un'uscita negoziata del governante Miguel Díaz-Canel, mentre la famiglia Castro rimarrebbe sull'isola e il sistema politico potrebbe avviare una fase di riforme economiche graduali.  

Alcuni analisti hanno battezzato questa strategia come una sorta di “”, in riferimento alla perestrojka sovietica: un'apertura limitata del modello economico all'interno di un sistema politico che continuerebbe a essere essenzialmente lo stesso. 

Tuttavia, quella ipotesi ha suscitato dubbi tra analisti, attivisti e settori della società civile cubana, che si chiedono fino a che punto una formula di questo tipo potrebbe realmente portare a una trasformazione politica profonda nel paese

Una delle obiezioni più ripetute è che le dimissioni di Díaz-Canel, di per sé, avrebbero un significato politico molto limitato. Sin dalla sua nomina a presidente nel 2018, il leader è stato ampiamente percepito come una figura amministrativa all'interno di un sistema dove il potere reale non risiede nella presidenza del governo, ma in strutture molto più profonde.

Il nucleo del potere politico cubano continua a essere concentrato nel Partito Comunista, nell'apparato di sicurezza dello Stato e nel complesso militare-imprenditoriale legato alle Forze Armate, la cui rete corporativa —conglomerati come GAESA— controlla ampi settori dell'economia nazionale, dal turismo al commercio estero.

En questo contesto, un cambiamento nella figura visibile del governo non comporterebbe necessariamente un'alterazione sostanziale nell'architettura del potere

Per questa ragione, alcuni osservatori ritengono che concentrare una negoziazione su le dimissioni di Díaz-Canel potrebbe equivalere a un cambiamento cosmetico, piuttosto che a una transizione strutturale

Un'altra questione che alimenta i dubbi è il ruolo della famiglia Castro e del suo contesto politico ed economico. Sebbene Fidel Castro sia morto nel 2016 e Raúl Castro si sia formalmente ritirato dalle sue cariche pubbliche, il lascito istituzionale e le reti di potere costruite nel corso di decenni continuano a influenzare in modo decisivo il sistema politico ed economico del paese. 

Oltre al controllo politico storico del Partito Comunista, la rete imprenditoriale collegata alle Forze Armate ha sviluppato una presenza dominante in settori strategici dell'economia.

Negli ultimi anni, anche con l'espansione del settore privato e l'emergere di migliaia di piccole e medie imprese (Mipymes), diversi analisti hanno evidenziato che una parte significativa di quel nuovo tessuto imprenditoriale opera in stretta relazione con strutture statali o con attori legati all'apparato militare-imprenditoriale

Se questa realtà non cambia, sostengono alcuni esperti, un'apertura economica potrebbe finire per rafforzare indirettamente gli stessi gruppi di potere che hanno controllato il sistema per decenni

Quel punto risulta particolarmente rilevante quando si esamina il dibattito dalla prospettiva della politica estera statunitense.

Negli ultimi anni, Washington ha iniziato a definire con maggiore chiarezza una strategia di riaffermazione della propria influenza nell'emisfero occidentale, in un contesto di crescente competizione geopolitica con potenze come Cina e Russia.

In quel contesto, diversi analisti hanno cominciato a parlare di una reinterpretazione contemporanea della storica Dottrina Monroe, a cui alcuni commentatori hanno denominato “Dottrina Donroe” in riferimento all'approccio di politica estera promosso da Trump.

Sulla base di questa logica, l'America Latina e i Caraibi tornano ad essere considerati uno spazio strategico prioritario per la sicurezza nazionale statunitense.

Uno degli obiettivi centrali di questo approccio è limitare o invertire la presenza di attori rivali nella regione.

Durante l'ultimo decennio, sia la Russia che la Cina hanno aumentato la loro presenza economica, tecnologica e diplomatica in vari paesi latinoamericani. Cuba, in particolare, ha mantenuto storiche relazioni politiche e militari con Mosca, oltre a sviluppare legami sempre più forti con Pechino in settori come le telecomunicazioni (spionaggio) e l'infrastruttura.

In questo contesto, alcuni analisti si chiedono se un accordo economico che lasci intatto il nucleo del potere castrista sarebbe compatibile con gli obiettivi strategici di Washington nell'emisfero.

Se l'obiettivo è ridurre l'influenza di potenze rivali e consolidare un ambiente regionale allineato con gli Stati Uniti, permettere che la struttura politica e militare del regime rimanga intatta potrebbe non risolvere il problema di fondo

A questa preoccupazione si aggiunge un altro elemento: il contrasto tra la strategia suggerita nei reportage di USA Today  e l'immagine di fermezza che l'attuale amministrazione ha proiettato in altri scenari internazionali recenti.

Le azioni di Washington in Venezuela o nel conflitto con l'Iran sono state interpretate da molti osservatori come segnali di una politica estera più propensa a utilizzare strumenti di pressione diretta —economica, diplomatica e persino militare— per riconfigurare gli equilibri regionali.

Da questa prospettiva, una strategia basata su riforme economiche graduali all'interno del sistema cubano potrebbe apparire, almeno in apparenza, un approccio più moderato di quanto ci si potrebbe aspettare all'interno di quella stessa logica geopolitica.

Tuttavia, esistono anche altre interpretazioni possibili. Alcuni esperti ritengono che gli scenari descritti dalla stampa potrebbero rappresentare solo una fase iniziale di una strategia più ampia.

Sotto questa ipotesi, il rafforzamento del settore privato cubano e l'aumento dell'interazione economica con gli Stati Uniti potrebbero mirare a generare cambiamenti graduali all'interno della struttura economica del paese, creando pressioni interne che alla fine possano portare a trasformazioni politiche più profonde. 

Un'altra possibilità è che le filtrazioni o le interpretazioni giornalistiche riflettano solo una parte del processo di negoziazione, senza necessariamente rivelare gli obiettivi finali della strategia statunitense

Nel corso della recente storia, i processi di cambiamento politico nei sistemi autoritari hanno seguito traiettorie molto diverse.

In alcuni casi, riforme economiche graduali hanno aperto la strada a trasformazioni politiche più profonde. In altri, i regimi sono riusciti ad adattarsi alle riforme senza perdere il controllo del potere.

La questione che rimane aperta nel caso cubano è quale di queste strade potrebbe concretizzarsi.

Per ora, ciò che sembra chiaro è che qualsiasi strategia mirata a promuovere cambiamenti a Cuba dovrà affrontare una realtà istituzionale complessa, segnata da decenni di centralizzazione politica, controllo economico statale e strutture di potere profondamente radicate.

In questo contesto, il dibattito suscitato dai reportage di USA Today riflette un interrogativo più ampio: se la trasformazione del regime possa avvenire tramite riforme economiche graduali o se, al contrario, richiederà cambiamenti politici più profondi per alterare il controllo totalitario che ha definito il paese per oltre sei decenni.

La risposta a questa domanda, che rimane aperta, sarà fondamentale per valutare la coerenza tra gli obiettivi strategici dichiarati da Washington nell'emisfero e gli strumenti che alla fine deciderà di utilizzare per raggiungerli.

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Iván León

Laureato in giornalismo. Master in Diplomazia e Relazioni Internazionali presso la Scuola Diplomatica di Madrid. Master in Relazioni Internazionali e Integrazione Europea presso l'UAB.