Díaz-Canel nega il collasso del regime cubano: “Non c'è uno stato fallito, c'è resistenza”



Miguel Díaz-Canel durante la sua comparsaFoto © Facebook / Presidencia Cuba

Il governante Miguel Díaz-Canel ha nuovamente respinto l'idea che Cuba stia attraversando un collasso o sia diventata uno Stato fallito, in una comparsa speciale trasmessa giovedì 5 febbraio dalla televisione nazionale e riprodotta sui social della Presidenza.

En le sue parole, il también primo segretario del Partito Comunista di Cuba (PCC) ha cercato di rispondere —senza citarlo direttamente— alle recenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha definito l'isola come “Stato fallito” e “nazione fallita”

“Credo che la teoria del collasso e l’insistenza sul collasso siano molto legate alla teoria dello Stato fallito e a tutto un gruppo di costruzioni che il governo degli Stati Uniti ha cercato di utilizzare per caratterizzare la situazione cubana”, ha dichiarato Díaz-Canel, attribuendo questa narrativa a una “filosofia imperiale”.

Secondo il governante designato dal generale Raúl Castro, il presunto collasso non è reale ma ideologico, e risponde a un'offensiva politica e mediatica del governo statunitense. 

“Il collasso è nella mentalità, è nella filosofia imperiale, ma non è nella mentalità dei cubani”, ha affermato.

Díaz-Canel ha sostenuto che Cuba resiste “alle massime pressioni della principale potenza del mondo”, facendo riferimento all'embargo e alle sanzioni. Ha citato persino una frase di Trump —secondo la quale gli Stati Uniti avevano applicato “tutte le pressioni possibili” contro L'Avana— come prova che l'isola continua a funzionare nonostante i tentativi di asfissia.

Riconoscono quindi che non esiste uno Stato fallito, ma che c'è uno Stato che ha dovuto affrontare con grande resistenza le massime pressioni”, ha affermato il governante, che ha nuovamente evocato il suo concetto di resistenza creativa come risposta nazionale alla crisi. 

La retorica della “resistenza” di fronte a una realtà di collasso operativo

Le parole di Díaz-Canel hanno cercato di spostare l'attenzione dalla crisi strutturale interna verso l'ostilità esterna, riprendendo la narrativa classica del blocco come causa di tutte le mancanze.

Tuttavia, la distanza tra il discorso e la realtà quotidiana non era mai stata così evidente.

Sull'isola, i blackout superano le 18 ore giornaliere in diverse province; il trasporto pubblico funziona in modo intermittente; l'inflazione erode i salari; gli ospedali mancano di medicinali e l'esodo migratorio supera i 600.000 cubani dal 2022, secondo i dati dell'Ufficio delle Dogane e Protezione dei Confini degli Stati Uniti (altre fonti parlano di un drammatico esodo dall'isola di oltre un milione di persone).

In questo contesto, parlare di “resistenza creativa” risulta, per molti cubani, un modo per negare l'esaurimento strutturale di un modello che non fornisce più beni di prima necessità né aspettative di miglioramento.

Uno Stato con controllo, ma privo di capacità funzionale

Díaz-Canel ha insistito sul fatto che Cuba non è uno stato fallito perché mantiene l'ordine e il controllo politico. Tuttavia, come sottolineano gli analisti, il controllo non corrisponde a un reale funzionamento.

Un Stato può mantenere la propria autorità coercitiva —polizia, tribunali, forze armate— e, allo stesso tempo, fallire nella fornitura di sicurezza materiale e servizi pubblici

Questo è il punto che Trump e altri osservatori internazionali sottolineano nell'usare l'etichetta di Stato fallito. Non si tratta di assenza di governo, ma di perdita di capacità operativa, una condizione che oggi descrive con precisione la situazione cubana.

Mentre il governante parla di "asfissia economica", la struttura statale affronta un collasso energetico, fiscale e amministrativo che non può essere attribuito unicamente alle sanzioni.

Il conglomerato militare-imprenditoriale GAESA controlla la maggior parte dell'economia in valuta con totale opacità; la produzione agricola e manifatturiera è ai minimi storici, e i servizi pubblici operano in modalità di emergenza permanente.

Tra il discorso e l'evidenza

Nella sua comparsa, Díaz-Canel ha fatto appello alla “convizione di vittoria” e allo sforzo collettivo per superare le difficoltà. Ma le sue parole giungono in un momento di crescente diffidenza sociale e delegittimazione dello Stato unipartitico.

Il contrasto tra la retorica trionfalista e l'esperienza quotidiana alimenta una percezione di logoramento che né la censura né la propaganda possono contenere.

Le reazioni sui social sono state immediate: molti utenti hanno replicato il messaggio ufficiale con ironia o indignazione, ricordando i blackout, la mancanza di cibo e la fuga di massa dei giovani.

“Se questo non è un collasso, come si chiama vivere senza luce, senza trasporti e senza futuro?”, ha scritto un'utente su X.

Tra resistenza e affaticamento

La nuova difesa del regime rafforza un discorso incentrato sulla resistenza eroica di fronte al nemico esterno, ma evita di affrontare il fallimento funzionale interno.

Nei fatti, Cuba non è crollata istituzionalmente, ma sta attraversando un processo di crescente paralisi, in cui il controllo politico sostituisce la governance efficace.

Negare quelle prove non cambia la realtà. L'isola non è —come afferma il dotto Díaz-Canel— una vittima della “filosofia imperiale”, ma della propria inerzia sistemica: uno Stato che si aggrappa al potere totalitario mentre smette di funzionare per la sua società.

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