Il trovatore Israel Rojas, leader del duo Buena Fe e voce abituale del ufficialismo culturale cubano, ha pubblicato un messaggio su Facebook che, nel suo tentativo di suonare epico e patriottico, è finito per diventare un’esplosione di insubordinazione metaforica.
Su testo, colmo di retorica antimperialista, è riuscito, tra “patria e morte”, a fare qualcosa che pochi all’interno dell’ecosistema ufficiale osano fare: menzionare il “venerabile anziano” e la sua famiglia per poi -per sorpresa di tutti- chiarire che non sarebbe morto per loro.
Pochi giorni fa, Rojas aveva dimostrato una fedeltà assoluta all'asse chavista-castrista difendendo pubblicamente il regime di Nicolás Maduro con un acceso “Non passeranno!”.
In quel messaggio, il cantautore si è allineato con il discorso ufficiale di La Habana e Caracas riguardo alle azioni di Washington. Tuttavia, la sua recente dichiarazione segna un sorprendente cambiamento: dall'applauso al chavismo è passato a mettere in discussione, senza nominarli, i stessi leader storici del potere a Cuba.
Non combatterò né darò il mio sangue per un presidente, né per un segretario generale di alcun partito politico. Non combatterò per un venerabile anziano, né per suo figlio o nipote, né per la sua famiglia”, ha scritto Rojas, in quello che molti hanno interpretato come un riferimento diretto a Raúl Castro e alla sua discendenza, da Mariela Castro Espín a Alejandro Castro (El Tuerto), passando per il celebre “Cangrejo”, il nipote-guardia del corpo.
In altre parole, il trovatore che una volta ha musicato gli slogan della cosiddetta “rivoluzione” sembra ora stanco di cantare per la famiglia che possiede il microfono.
El stesso che ricevette la replica del machete mambí del generale Máximo Gómez nelle mani del stesso ministro delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), il generale di Corpo d'Esercito e ufficiale fidato di Raúl, Álvaro López Miera; lo stesso Rojas che è stato collegato a azioni repressive mentre era membro del ministero dell'Interno (MININT), a Guantánamo, è pronto a versare il suo sangue... ma non per i Castro né la loro dinastia, e neanche per i loro paggi e uomini di paglia.
Ma, fedele allo stile di Buena Fe, la rottura arriva addolcita da un manto di epica letteraria e slogan riciclati: Martí, Fidel, la piena dignità dell'uomo, il Baraguá, i poveri della terra e persino Yolanda e Ojalá si mescolano in un monologo che cerca di suonare trascendente, anche se non riesce a nascondere il sentore di disillusione.
“Lutterò per una Cuba sovrana”, insistette Rojas, “per i miei figli, i miei nipoti e per i figli dei miei figli”. E aggiunse, con grandiloquenza: “Cuba porta nel sangue il fuoco sacro di coloro che sognarono una nazione in piedi”. Una frase che, in un altro contesto, sarebbe stata appropriata per un evento del ministero della Cultura, ma che oggi, dopo le minacce di Washington e gli esercizi di “difesa nazionale”, suona più come una terapia collettiva che come una consigna.
Il musicista non rinnegò il copione rivoluzionario, ma si distaccò dai suoi interpreti. Il suo “Patria o Morte” risultò più estetico che politico, più slogan che militanza. Senza nominarli, escludeva dal suo altare i Castro e i loro eredi, gli stessi per cui tanti suoi colleghi giurano ancora eterna fedeltà.
Il risultato è un pezzo curioso: un'ode patriottica avvolta in carta di ribellione controllata, che cerca di salvare il mito della “rivoluzione” sacrificando i suoi "santi".
O, detto con ironia, la trova di un fedele che non vuole più cantare per il nonno né per il nipote, ma continua a credere nel tempietto.
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