
L'economista cubano Miguel Alejandro Hayes ha pubblicato questo venerdì nella rivista El Estornudo una colonna che sfida le narrative dominanti sul cambiamento politico a Cuba con una conclusione statistica scomoda: tre volte su quattro in cui un leader di partito unico perde il potere, non cade il regime, ma l'uomo.
Il'analisi, intitolata «Nessuno sa come far cadere una dittatura» e pubblicata all'interno della sua rubrica «Non è l'economia», si basa sullo studio di 716 uscite di autocrati registrate nel mondo tra il 1950 e il 2025 per mettere in discussione il dibattito politico cubano, sia in esilio che nell'opposizione, per operare come se esistesse una formula semplice per ottenere il cambiamento.
«Nessuno sa come rovesciare una dittatura. Soprattutto, perché non esiste una forma chiara e universale per farlo», scrisse Hayes, il quale sottolineò che il dibattito cubano è bloccato da decenni in quello che lui definisce «paralisi del futuro»: «Da 50 anni stiamo raggiungendo questo punto B, che è rimasto intrappolato nella I-95 della liberazione. Tante parole, poche azioni».
I dati presentati sono contundenti. Il 60% delle uscite di autocrati tra il 1950 e il 2025 è avvenuto per regole interne del regime stesso, ovvero transizioni concordate dall'interno.
Il 18% si verificò a causa della morte naturale del leader. Quasi il 13% fu dovuto a colpi di stato o insurrezioni militari. E solo il 2.4% risultò da una rivolta popolare.
Con questa base, Hayes smonta tre narrazioni che, secondo lui, dominano il dibattito cubano senza un reale supporto strategico.
La prima è la fantasia di un intervento militare statunitense. Secondo l'analisi, l'invasione straniera spiega solo il 2.5% delle cadute di autocrati in 75 anni, «e nessuna dal 2016».
La seconda è la strategia di pressione attraverso sanzioni e riconcentrazione economica, che Hayes descrive senza giri di parole: «Non è strategia, ma identità e cultura. Manifestazioni del popolo combattente di Miami per chiedere la chiusura di agenzie di invio verso Cuba».
L'economista ritrae l'esilio come intrappolato nel proprio mito fondazionale, convinto che Washington un giorno rovescerà il castrismo.
La terza narrativa è il cosiddetto invito a un colpo di stato dall'interno di Cuba, che Hayes riassume con ironia: «Si dissolve in un invito dal divano a far sollevare i militari cubani».
La conclusione implicita dell'analisi di Hayes è che, senza comprendere come cadono realmente le dittature secondo le evidenze storiche, il dibattito cubano continuerà a essere, nelle sue stesse parole, «molte parole, poche azioni».
L'articolo si inscrive in una linea di analisi che Hayes ha sostenuto nel corso del 2026.
In giugno ha avvertito che smantellare GAESA non sarebbe sufficiente per smantellare il potere del regime, perché questo può ricreare strutture equivalenti in meno di 24 ore, come ha fatto creando Orbit S.A. quando l'OFAC ha sanzionato FINCIMEX.
«A me come cubano, incluso come economista, non mi interessa che smantellino GAESA. Mi interessa che smantellino il regime», affermò allora.
Ese stesso mese, dopo l'approvazione di un pacchetto di 176 misure economiche da parte dell'Assemblea Nazionale, Hayes le ha definite una manovra di sopravvivenza politica: «Il regime cerca di ricostruire il patto sociale e politico che sostiene il castrismo, aprendo opportunità economiche progettate per comprare complici in cambio di fedeltà politica».
L'articolo di questo venerdì amplia quel contesto al campo politico comparato e arriva in un momento di intenso dibattito sulla transizione a Cuba.
L'opposizione in esilio ha articolato l'Accordo di Liberazione, firmato a Miami a marzo e ratificato a Madrid a giugno, che riunisce oltre 30 organizzazioni e propone una roadmap in tre fasi verso la democratizzazione.
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