Primo Maggio a Cuba: il triste spettacolo del «compromesso» sorvegliato



Raúl Castro, Miguel Díaz-Canel e altri dirigenti cubaniFoto © FB/Miguel Díaz-Canel Bermúdez

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Pochi spettacoli illustrano così bene la tragedia di Cuba come quello che viene allestito ogni anno dal regime —tra ridicolo, propaganda e repressione— per organizzare la sua particolare «festa» dei lavoratori il Primo Maggio.

Dipendenti che non guadagnano al mese nemmeno il minimo per mangiare una settimana, studenti che con tutte le loro forze si preparano per, quando avranno un titolo al loro fianco, cercare di volare lontano, dove possano vivere del loro sapere; gente semplice, schiacciata da miserie, blackout e una stanchezza che non è solo fisica, ma anche mentale e storica, tutti loro, dico, sotto pressioni che vanno dal ricatto sottile fino alla minaccia sfacciata, si alzano presto, marciamo, camminano chilometri, per passare davanti a tribune dove i loro sfruttatori, i padroni del paese, sorridono e salutano, bandierine in mano, come un gesto magnanimo di approvazione per la vita.

Perché sfilano i cubani? Perché sfilaiamo così tante volte e, tra una consigna e l'altra, con il rumore fastidioso degli altoparlanti che martella le orecchie, ci defecamo, sovranamente, su quelli che ci hanno convocato a sfilare?

Chi vuole vedere un Raúl Castro, a quasi 95 anni, barcollare accanto all'altro "matusalenico" José Ramón Machado Ventura, proiettare quattro o cinque smorfie a forma di sorriso per assicurarsi che vada tutto bene nella marcia verso nessuna parte?

¿Chi vuole fingere che non succeda niente quando Miguel Díaz-Canel, il nuovo presidente nominato, arriva con le sue sneaker Adidas e la sua eloquenza asinina a convocarci —con la voce rotta— a continuare a resistere e firmare e combattere e vincere per la Patria (la sua patria)?

Con quali spiriti ci chiameranno a continuare a costruire il socialismo, o la rivoluzione o qualunque cosa il piano costruttivo della dirigenza ritenga, se non ci sono materiali, né muratori, né la minima voglia di costruire nulla affinché lo abitino e lo godano i figli di coloro che ci "chuleano"?

"No farti il segno", ci dicono le madri che soffrono. "Che non ti sentano", supplicano, perché sanno che il regime non risparmia cani poliziotto e "sanatori" come quello di Villa Marista, per "curare" qualsiasi "deviazione" ideologica dalla linea retta che ci hanno tracciato.

Pero ogni volta sono di più coloro che si marchiano con il ferro ardente della protesta. E la pattuglia che è rimasta a faccia in su a luglio 2021, e le pentole che da allora non hanno smesso di suonare nei paesini, nelle strade e sui balconi; e i mobili del Partito che lo scorso marzo hanno preso fuoco in piena strada a Morón, si moltiplicano in gesti che possono sembrare minimi, ma che stanno per cuocere, nelle viscere della nazione, un'altra marcia naturale e definitiva nella quale i lavoratori grideranno, finalmente, la loro vera festa. 

Allora, Caneles e Raúles, Brunos e Lazos, generali e colonnelli che ci manovrano, potrebbero perdere l'entusiasmo per agitare graziosamente le loro bandierine.

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Redazione di CiberCuba

Un team di giornalisti impegnati a informare sull'attualità cubana e temi di interesse globale. Su CiberCuba lavoriamo per offrire notizie veritiere e analisi critiche.

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