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Meyvis Estévez, prima segretaria del Buró Nazionale dell'Unione dei Giovani Comunisti (UJC), ha pubblicato questo venerdì su Facebook un messaggio trionfalistico in cui ha stimato in «mezzo milione» i partecipanti alla sfilata del Primo Maggio a L'Avana, presentandolo come prova inconfutabile del sostegno popolare al regime.
«Per coloro che sognano altri futuri politici, ecco la prova della forza del nostro Partito. Tenete a mente quel numero: mezzo milione di persone a L'Avana», ha scritto la funzionaria, come se quella cifra —non verificabile in modo indipendente— potesse convincere qualcuno che non fosse già convinto.
Estévez ha scartato fin da subito l'idea che i cubani partecipino a questi eventi per obbligo, incluso un emoji di risata: «Nei media globali si dice a volte che i cubani andiamo costretti alle manifestazioni... a ritmo di conga». L'ironia è che, pochi giorni prima del corteo, bambini sono stati estratti dalle scuole a San Miguel del Padrón e Santiago di Cuba per rinforzare le marce precedenti.
Il atto, presieduto da Raúl Castro, visibilmente provato a 94 anni, si è svolto quest'anno nella Tribuna Antiimperialista José Martí, di fronte all'Ambasciata degli Stati Uniti sul malecón habanero, invece che nella Plaza de la Revolución. Il trasferimento, annunciato il 14 aprile come gesto simbolico del regime, mirava a rappresentare una sfida "antiimperialista" di fronte alle minacce del presidente Donald Trump.
Lo que Estévez non ha menzionato nel suo post è che, la vigilia della parata, il giornalista indipendente Ángel Cuza è stato arrestato da agenti della Sicurezza dello Stato di fronte a sua figlia piccola a L'Avana, e che almeno 18 reporter, attivisti e oppositori hanno subito interruzioni di internet o sono stati sorvegliati nelle loro case per impedire qualsiasi contronarrativa durante l'evento.
Gli internauti, tuttavia, non hanno avuto bisogno di giornalisti indipendenti per rispondere. I commenti al post della segretaria della UJC si sono trasformati in un catalogo di ironia popolare che nessun discorso ufficiale può oscurare.
«La Segretaria sta trollando o è solo un'impressione mia?» chiese uno. «Siamo un popolo unico al mondo, con la forza interiore per urlare slogan e provocare blackout; aspettiamo, certi, l'arrivo del combo e della ricarica provenienti dall'impero», riassunse un altro con una precisione che pochi analisti politici avrebbero migliorato.
Un altro commento ha messo in luce la contraddizione più evidente del regime: «A me stupisce come questo governo abbia per allestire un palco per pronunciare alcune slogan e non abbia per raccogliere la spazzatura per le strade». E un altro ha colpito dritto il cuore della disuguaglianza: «Coloro che chiedono sacrifici e resistenza vivono come borghesi, ecco un esempio: scarpe da 1.400 dollari, immagina il resto, cosa mangia a casa mentre i bambini di Cuba non possono avere nemmeno una colazione».
Non mancò chi propose soluzioni farmaceutiche: «Avrebbero dovuto mettere Alprazolam da 2 mg». Né chi sintetizzò il programma politico del regime in sette parole: «Viva la fame e i blackout».
Il telone di fondo rende il trionfalismo ancora più accattivante. Cuba sta attraversando blackout di fino a 20 ore al giorno e oltre, con un deficit di produzione di energia elettrica che si è mantenuto sopra i 1.300 megawatt. Cinque province registrano livelli estremi di insicurezza alimentare: L'Avana, Matanzas, Cienfuegos, Guantánamo e Santiago di Cuba. E l'86,6% dei cubani deve ricorrere all'economia informale per non morire di fame, secondo un sondaggio di aprile 2026.
In quel contesto, la domanda che diversi internauti hanno rivolto alla segretaria della UJC è rimasta in sospeso senza risposta: «A difendere cosa??».
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