Il storico cubano Jorge L. León ha reagito con fermezza alla recente apparizione televisiva di Miguel Díaz-Canel, un evento che il regime ha presentato come una “conferenza stampa” con media nazionali e stranieri, ma che è stato visto da molti come un ulteriore esercizio di propaganda accuratamente controllato.
“Abbiamo visto un presidente senza soluzioni reali”, ha scritto León sui social media, dopo un intervento di oltre due ore in cui il governante ha evitato di parlare dei problemi più urgenti che colpiscono oggi la popolazione: fame, black-out, crollo dei servizi di base, crisi ospedaliera e un esodo che non si ferma.

León ha definito l'incontro come un atto di “vergogna nazionale” e ha sostenuto che Díaz-Canel ha mostrato un discorso scollegato dalla Cuba reale, incentrato su promesse future e piani riciclati, mentre il Paese sopravvive tra code interminabili, salari ridotti e un'angoscia quotidiana che è diventata cronica.
Per León, ciò che più preoccupa del discorso non è stata la retorica sulla “resistenza” o sulla “guerra mediatica”, ma una frase che considera un avvertimento mascherato. Díaz-Canel ha parlato di come stia per arrivare una situazione che richiederà “misure estreme”, interpretata dallo storico come l'annuncio di ulteriori sacrifici imposti al popolo: tagli, restrizioni, maggiore controllo e possibile repressione.
“Nel linguaggio della dittatura, ‘misure estreme’ significa sempre le stesse cose,” ha scritto León, assicurando che il regime sta preparando il terreno per trasferire alla popolazione il costo del proprio fallimento.
Nella sua pubblicazione, ha concluso che il regime non sta governando, ma si sta preparando a un inasprimento della crisi.
“Cuba non ha bisogno di ulteriore propaganda né di promesse: ha bisogno di libertà”, ha scritto, affermando che ciò che è stato mostrato in televisione era “un copione usurato” e un governo incapace di rispondere all'emergenza reale.
Per lo historiador, la comparsa non è stata un esercizio di trasparenza, ma un segnale d'allarme: “Quando un presidente annuncia misure estreme davanti a un paese in rovina, non sta governando, sta preparando il colpo finale contro il popolo”.
Un "dialogo in diretta" sotto sospetto
La comparsa è stata segnata anche da un'altra polemica, poiché non sarebbe stata trasmessa in diretta, nonostante quanto annunciato dalla propaganda ufficiale.
Un dettaglio apparentemente minore ha acceso i social network, quando tutti hanno notato l'orologio al polso della giornalista ufficialista Arleen Rodríguez Derivet, moderatrice dell'incontro, che mostrava un'ora prossima alle 5, contraddicendo la narrazione che il programma sia stato trasmesso in diretta al mattino. Per molti cubani, questo elemento mette in evidenza che lo scambio potrebbe essere stato registrato e montato in anticipo, rafforzando la sensazione di una messa in scena.
Un'altra delle critiche più forti è stata la presunta presenza di media stranieri. Sebbene il regime l'abbia venduto come un dialogo con la stampa internazionale, ciò che si è visto nella sala sono stati rappresentanti di media alleati come RT (Russia) e Xinhua (Cina), tutti giornalisti cubani accreditati presso quei media.
Inoltre, è stata inclusa Prensa Latina come “agenzia internazionale”, nonostante sia un'entità statale cubana strettamente legata all'apparato informativo del regime, il che ha sollevato interrogativi sulla legittimità del formato.
La mancanza di agenzie indipendenti come EFE, AFP o AP ha ulteriormente alimentato la percezione che il governo avesse scelto con attenzione i suoi interlocutori.
Inoltre, si è visto un Díaz-Canel visibilmente a disagio, con voce tremolante e gesti nervosi di fronte ai microfoni, in un momento in cui il paese sta attraversando una crisi severa e la tensione sociale cresce.
Sebbene il mandatario abbia insistito nel colpevolizzare gli Stati Uniti e abbia parlato di strategie a lungo termine, come parchi fotovoltaici e riforme amministrative, non ha offerto soluzioni immediate per il dramma quotidiano di milioni di cubani che trascorrono ore senza elettricità, senza trasporti e senza alimenti di base.
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