Viene alla luce il passato repressivo di uno dei militari cubani morti a Caracas



Yoel Pérez Tabares, militare cubano deceduto in Venezuela, è accusato di dirigere la repressione politica a Cuba. Le denunce riaccendono il dibattito sul ruolo dei militari cubani all'estero.

Capitano Yoel Pérez Tabares, uno dei deceduti a CaracasFoto © X/@MarioJPenton/MSI

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Yoel Pérez Tabares, uno dei 32 cubani deceduti durante l'intervento degli Stati Uniti in Venezuela per catturare il dittatore Nicolás Maduro, è stato ora identificato da una vittima della repressione a Cuba come un ufficiale coinvolto direttamente in atti di persecuzione politica.

La denuncia è stata diffusa dal giornalista Mario J. Pentón su X, dove un cittadino cubano ha riferito di essere stato citato, interrogato e minacciato dalla Polizia Nazionale Rivoluzionaria (PNR) nell'ottobre del 2020, dopo essere stato accusato di aver affisso un cartello “contro la Rivoluzione”.

Secondo la testimonianza, il denunciante è stato interrogato per più di tre ore, è rimasto sotto sorveglianza della Sicurezza dello Stato per sei mesi e è stato nuovamente trattenuto l'11 luglio 2021, nel contesto delle proteste antigovernative che hanno scosso l'isola.

Il cubano afferma che le azioni repressive sono state condotte dall'allora capitano Yoel Pérez Tabares, che identifica come l'ufficiale che lo ha convocato, interrogato, minacciato di prigione e ha mantenuto un costante monitoraggio su di lui e sul suo ambiente familiare.

“Furono giorni di angoscia per la mia famiglia”, ha raccontato, sottolineando che agenti del regime si presentarono addirittura al suo posto di lavoro per screditarlo, il che gli costò quasi il lavoro. Per paura di ritorsioni, afferma di essere stato costretto a creare un profilo anonimo sui social media per poter esprimere le proprie opinioni.

Il denunciante responsabilizza direttamente Pérez Tabares per il danno psicologico ed emotivo subito da lui e dai suoi familiari, a causa di mesi di intimidazioni, minacce e paura costante.

Dopo la morte dell'ufficiale a Caracas, la persona coinvolta ha dichiarato di non provare gioia, ma una "soddisfazione personale" per aver confermato l'identità di colui che, secondo quanto afferma, è stato uno dei suoi repressori a Cuba.

La denuncia riaccende il dibattito sul ruolo dei militari e degli agenti cubani dispiegati in Venezuela, molti dei quali sono stati presentati ufficialmente come “collaboratori” o “eroi”, ma che hanno un passato di repressione politica all'interno dell'Isola.

“Non sono eroi. Sono repressori”, conclude il messaggio diffuso da Pentón, una frase che riassume il sentimento di numerose vittime dell’apparato repressivo cubano alla luce di questi nuovi testimonianze.

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