Le congas del Día di San Pedro a Santiago de Cuba si sono svolte lunedì scortate da un massiccio dispiegamento di poliziotti, agenti in uniforme ed effettivi delle cosiddette «berrette nere», in un'operazione che si è estesa praticamente a tutti i quartieri della città dove si sono svolte le celebrazioni.
Il giornalista indipendente Yosmany Mayeta Labrada ha informato sull'operazione da diversi quartieri con i titoli «San Pedro sotto sorveglianza poliziesca» e «Cultura sorvegliata: 'La Johnson' riempie le congas santiagueras di poliziotti e berretti neri per reprimere in caso di proteste», condividendo la testimonianza visiva di pattuglie ed effettivi della Brigata Speciale Nazionale mescolati tra i partecipanti.
Nel quartiere San Pedrito, la situazione è stata più grave: i residenti hanno denunciato che la conga è stata interrotta poco dopo essere iniziata, senza che le autorità fornissero alcuna spiegazione ufficiale su quanto accaduto.
La stampa risultò paradossale: una celebrazione che storicamente è stata simbolo di gioia e spontaneità popolare si trasformò in una parata sorvegliata dalle forze di sicurezza, il che generò l'inevitabile domanda tra i santiagueri: di cosa teme il regime?
La risposta ha un contesto chiaro. Il regime cubano ha autorizzato le congas appena un giorno prima, domenica, dopo due annate consecutive —2024 e 2025— in cui le celebrazioni del Giorno di San Giovanni sono state sospese.
Il 24 giugno stesso, la polizia aveva bloccato il percorso della Conga Los Hoyos nel Paseo de Marte, citando internamente la «situazione politico-ideologica» della città. Decine di abitanti hanno atteso per ore senza che il corteo avesse luogo.
La autorizzazione delle congas di San Pedro è stata interpretata dagli analisti e dallo stesso Mayeta Labrada come una valvola di sfogo controllata, non come un gesto genuino verso la cultura popolare.
Il giornalista lo aveva anticipato il 27 giugno con una domanda diretta: «Tornano le congas per tradizione o per convenienza?»
Il timore del regime ha un nome proprio: il grido «¡Súbelo, Mayeta!», che è diventato simbolo dell’esasperazione accumulata a Santiago di Cuba, esprimendo il rifiuto del comunismo e le richieste di elettricità, acqua e cibo.
Negli anni precedenti, quel clamore popolare si è infiltrato all'interno delle stesse congas, trasformando la celebrazione culturale in una manifestazione di protesta di massa.
Quel malcontento non è astratto. Santiago di Cuba vive da almeno maggio 2026 un'escalation costante di cacerolazos e proteste, alimentata da blackout che durano fino a 22 ore al giorno, collegati al guasto della Centrale Termolettrica Antonio Guiteras, oltre a una carenza di acqua, cibo e carburante.
Il lunedì stesso, mentre le congas attraversavano la città, nel quartiere Chicharrones si sono registrati cacerolazos ai quali il regime ha risposto con un comando di beret nere armate con fucili di lungo calibro.
Le proteste a Santiago non sono episodi isolati. Il 18 giugno sono state documentate manifestazioni di massa in tutta la città, e tra il 30 e il 31 maggio ci sono stati cacerolazos a Micro 3 e El Salao, con incendio di gomme a Los Pinos. Nel giugno 2026 sono state registrate almeno 109 proteste in tutta Cuba.
Una voce catturata in uno dei video di Mayeta Labrada riassunse con crudezza ciò che le telecamere vedevano: «Ogni giorno sono meno nella conga. Immagina, a mezzogiorno. Senti, ma ogni giorno sono meno».
La giornata ha lasciato, secondo il giornalista stesso, «un'immagine poco abituale: congas scortate e sorvegliate da un ampio dispositivo di polizia, in una celebrazione che storicamente è stata simbolo di gioia, spontaneità e tradizione libera a Santiago di Cuba».
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