Il primo ministro Manuel Marrero Cruz ha annunciato questo giovedì che il regime cubano permetterà la creazione di catene private di ristoranti, caffetterie, hamburgerie e negozi con presenza in tutto il paese, e che cercherà di attrarre franchising stranieri di fast food affinché investano nell'isola ed espandano le loro operazioni a livello nazionale.
L'annuncio fa parte di un pacchetto di 23 riforme economiche approvate dal Pleno Straordinario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, svoltosi mercoledì nel Palazzo della Rivoluzione e chiuso da Miguel Díaz-Canel.
«Creare catene di ristoranti, una rete di gastronomia leggera con marchi riconosciuti o altri che si creano qui, che si estendano in tutto il paese. Vale a dire, una mipyme, qualcuno, un investimento estero che desideri realizzare una rete di ristoranti, caffetterie, hamburgerie, qualsiasi servizio, sarà autorizzato, con l'obiettivo di ampliare i servizi per la popolazione», ha dichiarato Marrero.
Il primo ministro ha anche anticipato che il governo prevede di «invitare franchise straniere di cibi leggeri, che esistono in molte parti del mondo, a investire a Cuba e ad espandere le loro catene nel territorio nazionale».
Fino a questo annuncio, le imprese private cubane avevano forti restrizioni per espandersi oltre un singolo stabilimento e non potevano formare catene nazionali.
Tampoco operava a Cuba nessuna franchigia straniera di fast food in modo ufficiale; ciò che esisteva erano attività private che imitavano marchi internazionali come Starbucks, Burger King o KFC con nomi adattati come «Starcafé» o «Burger Queen».
Il pacchetto di riforme approvato dal PCC si articola in sei assi: sistema di direzione economica, autonomia municipale, autonomia imprenditoriale, recupero agricolo, commercio estero e investimento estero.
Tra le misure più rilevanti figurano l'eliminazione dell'intermediazione obbligatoria nelle importazioni e nelle esportazioni, l'apertura all'investimento straniero diretto nel settore privato —compresi le mipymes—, l'eliminazione di limiti chiave per le mipymes e la possibilità che i cubani residenti all'estero possano investire alle stesse condizioni di altri attori economici.
Díaz-Canel, da parte sua, ha riconosciuto al termine della plenaria che non basta più spiegare la crisi: «Ci sono ostacoli che non provengono dall'esterno né dai blocchi. C'è lentezza, burocrazia, norme che frenano chi vuole produrre e decisioni che abbiamo rimandato».
Il contesto in cui arrivano questi annunci è di crollo economico accumulato: la CEPAL proietta una caduta del PIL cubano del 6,5% nel 2026, con una contrazione accumulata del 10,3% nel biennio 2025-2026, mentre i blackout superano le 20 ore giornaliere in alcune province e l'emigrazione ha superato le 250.000 persone nel 2024.
L'Assemblea Nazionale è stata convocata in seduta straordinaria per ratificare le riforme approvate dal PCC, un passo che lo stesso Díaz-Canel ha descritto come urgente: «Queste non sono idee nuove, sono decisioni che il Paese ha discusso e approvato anni fa. L'errore non è stato proporle, ma averle rinviate. E questa fase di rinvio deve finire».
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