L'incontro tra il Comando Sud degli Stati Uniti e il Ministero delle Forze Armate di Cuba nella Base Navale di Guantánamo il 29 maggio non è un segnale di un accordo diplomatico imminente né di una rottura totale: è, secondo l'accademico Jorge Duany, una «guerra di propaganda da entrambe le parti» in cui entrambi i governi cercano di trarre vantaggio simbolico dalle stesse immagini.
Duany, professore emerito di Antropologia presso la Università Internazionale della Florida ed ex direttore per 12 anni dell'Istituto di Ricerche Cubane di quella università, ha analizzato le fotografie del incontro tra il capo del Comando Sud e il generale Roberto Legrá Sotolongo in un'intervista con Tania Costa.
Per Duany, la chiave sta nel leggere le immagini all'interno di un contesto di crescente tensione bilaterale: «Io credo che in questo momento si tratti un po' di una guerra di parole, di immagini e di simboli».
L'accademico sottolinea che la pressione statunitense su Cuba si è intensificata dal 3 gennaio 2026, quando si è verificato l'estrazione di Nicolás Maduro dal Venezuela. «Il governo degli Stati Uniti ha avviato una intensa campagna di pressione economica e diplomatica su Cuba, e tale pressione non è cessata, anzi è aumentata negli ultimi mesi», ha spiegato.
Allo stesso tempo, ricorda che sia Trump che Marco Rubio hanno espresso preferenza per una soluzione negoziata: «Bisogna ricordare le dichiarazioni dello stesso Trump e di Marco Rubio, secondo cui preferirebbero avere qualche tipo di accordo diplomatico, che ancora non si è concretizzato».
Del lato cubano, Duany identifica un'altra motivazione: calmare una popolazione esausta dalla crisi. «Il governo cubano vuole anche tranquillizzare un po' la popolazione. È evidente che c'è una grande preoccupazione per un possibile intervento militare a Cuba in qualche momento», ha affermato, facendo riferimento alla profonda crisi umanitaria che attraversa l'isola, caratterizzata da interruzioni di corrente croniche che i cubani definiscono comunemente «alumbrones».
Uno degli elementi più significativi dell'analisi è il contesto scelto per l'incontro. Il MINFAR ha definito l'incontro «positivo» e ha sottolineato che entrambe le parti hanno concordato di mantenere la comunicazione tra i comandi militari, ma Duany mette in evidenza la contraddizione implicita: «È particolarmente interessante, dal lato cubano, notare come questo avvenga a Guantánamo, che è anche tradizionalmente una zona di conflitto simbolico a causa della presenza della base navale statunitense, che Cuba non ha mai accettato come legittima».
Riunendosi proprio lì, il regime cubano finisce per legittimare de facto una presenza che per decenni ha denunciato come illegittima e imperialista.
La paradosso simbolico delle FAR a Guantánamo non è passata inosservata nell'esilio cubano, dove la foto ha generato reazioni divise: alcuni l'hanno interpretata come segnale di un cambiamento imminente, mentre altri l'hanno respinta come una concessione inaccettabile al regime. Un commento sui social media riassumeva la posizione più scettica: «A Cuba l'hanno già presa, ciò di cui non si sono accorti».
Il Comando Sud ha riconosciuto pubblicamente di avere piani di contingenza per un possibile esodo massivo cubano, incluso l'uso della stessa base di Guantánamo come centro logistico per il trattamento dei migranti, il che aggiunge un ulteriore significato all'incontro.
Duany conclude che le immagini, nonostante il loro impatto visivo, rivelano più domande che risposte: «Sono immagini molto potenti, ma anche intriganti, proprio perché le foto sono accompagnate da commenti molto brevi da entrambe le parti».
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