"Il fine della Cuba rivoluzionaria", riflette un importante storico e giornalista argentino

Lo storico argentino Pablo Stefanoni ha pubblicato un saggio che diagnostica l'agonia terminale del modello rivoluzionario cubano. Il testo analizza come le élite politiche si siano trasformate in élite economiche, la rottura del monopolio discorsivo del regime e la crisi materiale senza precedenti che affronta Cuba nel 2026. Stefanoni colloca il paese intrappolato tra un'élite comunista in declino e la crescente pressione dell'amministrazione Trump-Rubio.



Cuba in rovina e Pablo StefanoniFoto © CiberCuba e Instagram/pablostefanoni1

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Il fondatore e giornalista argentino Pablo Stefanoni ha pubblicato questo giovedì un saggio che diagnostica l'agonia terminale del modello rivoluzionario cubano, facendo riferimento al filosofo Jean Baudrillard per descrivere l'isola come parte dell'«rimpianto della storia»: un ciclo che si esaurisce quando l'epica che lo ha fondato smette di trovare fondamento nella realtà quotidiana.

Il testo, intitolato «La fine della Cuba rivoluzionaria», pubblicato originariamente in italiano nel bollettino Pubblico della Fondazione Feltrinelli, è stato riprodotto in spagnolo dal Centro di Studi sullo Stato di Diritto Cuba Próxima, con parole introduttive del suo direttore Roberto Veiga. Stefanoni, caporedattore della rivista Nueva Sociedad e ricercatore della Fondazione Carolina, è considerato «una delle voci più lucide della sinistra intellettuale latinoamericana contemporanea», ha sottolineato Veiga.

«Le immagini di Cuba, con i suoi edifici in rovina, i frequenti blackout, la crisi degli ospedali e la mancanza di prospettive non hanno più alcuna epica», scrive Stefanoni, che sottolinea come i cartelli che dicevano «Signori imperialisti, non abbiamo alcun timore» si siano scoloriti mentre le élite politiche — in particolare i militari — sono diventate élite economiche.

Come sintomo della fine di un ciclo, l'autore menziona i rapporti che indicano che Raúl Rodríguez Castro, conosciuto popolarmente come «Raulito», nipote di Raúl Castro e capo della sua sicurezza personale, negozia riservatamente con gli Stati Uniti. La domanda che pone Stefanoni è inevitabile: se Fidel era riluttante a riformare e Raúl ha avviato cambiamenti con un discorso più realistico, sarà suo nipote a negoziare l'uscita con Washington?

Quella negoziazione ha conferma ufficiale: il 20 aprile, l'amministrazione Trump ha confermato un incontro formale con Rodríguez Castro a L'Avana, evitando i canali del Partito Comunista e del presidente Miguel Díaz-Canel.

Stefanoni traccia una genealogia dell'esaurimento cubano che ha inizio nel 1959, quando la Rivoluzione sedusse tutta la sinistra latinoamericana con la forza morale di Davide contro Golia. Ma sotto il carisma di Fidel Castro, il sistema derivò verso un modello sovietico, illustrato dalla detenzione del poeta Heberto Padilla nel 1971 e dalla massima castrista: «dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione nulla».

L'autore sostiene che Cuba sia sopravvissuta simbolicamente grazie a una «rendita di eroicità» alimentata dalle politiche aggressive di Washington, il che ha portato gran parte della sinistra latinoamericana a rendere invisibile il «blocco interno». La connettività ha infranto quel monopolio discorsivo: citando l'analista Wilder Pérez Varona, Stefanoni osserva che «per la prima volta in sei decenni, lo Stato ha smesso di monopolizzare la produzione e la circolazione dei discorsi pubblici», e che la circolazione di «Patria y Vida» «non solo sfida una narrazione, ma destituisce un regime emotivo e morale che ha sostenuto per decenni la legittimità ufficiale».

Questa rottura simbolica coincide con una crisi materiale senza precedenti. Nei primi mesi del 2026, il deficit elettrico ha superato i 1,900 MW con blackout di oltre 20 ore giornaliere, mentre il collasso sanitario lascia disponibile solo il 30% dei farmaci essenziali e oltre 850,000 cubani sono emigrati negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2024.

L'economista cubano Ricardo Torres, citato nel saggio, riassume la paralisi strutturale: «Nessun progetto sociale può sostenersi indefinitamente senza una base materiale sufficiente. Per troppo tempo, la dirigenza cubana ha cercato di eludere questo limite». La presenza militare nell'economia attraverso GAESA —che controlla tra il 40% e il 70% del PIL cubano— non ha alterato questa dinamica; pertanto, le sanzioni dell'amministrazione Trump contro GAESA mirano direttamente al cuore del potere militare-economico del regime.

L’analisi si conclude con un’immagine che riassume l’impasse: «Il paese si trova imprigionato tra un’élite comunista in declino e nuove forme imperiali che combinano le ambizioni rimandate dei neoconservatori della Guerra Fredda e dei cubani di Miami con i capricci politico-emozionali dell’occupante della Casa Bianca».

Roberto Veiga ha presentato il testo come un invito a smettere di osservare Cuba come un «parco tematico di utopie passate» per vederla come un paese reale, «con cittadini che chiedono il diritto di immaginare un futuro oltre la resistenza eterna».

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Redazione di CiberCuba

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