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Un recente reportage di FRANCE 24 sulla situazione a Cuba ha generato più incredulità che informazioni tra coloro che conoscono direttamente la realtà dell'isola.
Il mezzo francese afferma che “il rafforzamento delle sanzioni statunitensi mette in pericolo il sistema di razionamento”, una frase che, più che descrivere la realtà, sembra copiata dal discorso ufficiale del regime cubano.
Perché, conviene dirlo senza giri di parole: che cosa si starebbe esattamente “mettendo in pericolo”? Un sistema che oggi non garantisce neppure il minimo per sopravvivere? Una tessera che da anni ha smesso di coprire il mese e che costringe milioni di cubani a cercare cibo al di fuori del circuito statale?
Presentare il razionamento come una sorta di rete di sicurezza minacciata risulta, almeno, disconnesso dalla realtà.
Per la maggior parte dei cubani, la libera è un promemoria quotidiano di un modello che non funziona, non una soluzione. I prodotti arrivano in ritardo, in quantità ridicole o non arrivano affatto. Parlare del loro “deterioramento” ora, come se fosse qualcosa di recente, significa ignorare decenni di declino.
Il reportaggio, inoltre, insiste su un approccio già noto: attribuire la crisi all'inasprimento delle sanzioni degli Stati Uniti. Senza negare l'impatto che possono avere determinate misure esterne, ridurre il collasso economico di Cuba a quel fattore è una semplificazione che sfiora la disinformazione.
La narrativa che centra la crisi unicamente su fattori esterni omette anche un fenomeno sempre più evidente all'interno dell'isola: la dollarizzazione di fatto dell'economia.
Mientras le bodega statali rimangono senza rifornimenti, sono proliferati negozi in valute straniere —molti dei quali sotto il controllo di conglomerati militari come GAESA— dove ci sono sì alimenti e prodotti di prima necessità, ma a prezzi inaccessibili per la maggior parte dei cubani.
Questi negozi, ben forniti e operanti in dollari, smontano l'argomento di un presunto “blocco” assoluto sull'importazione di beni, mentre approfondiscono la disuguaglianza tra coloro che ricevono rimesse e coloro che dipendono esclusivamente da uno stipendio in pesos cubani.
La scarsità di cibo, i blackout costanti, il calo della produzione nazionale e la dipendenza dalle rimesse non sono iniziati quest'anno né la settimana scorsa. Sono il risultato accumulato di anni di cattiva gestione, di un sistema economico centralizzato incapace di generare ricchezza e di decisioni politiche che hanno soffocato l'iniziativa privata e la produttività.
In effetti, lo stesso reportage riconosce che una grande parte della popolazione dipende oggi dal denaro inviato dall'estero per poter mangiare. Questa realtà, da sola, sfata l'idea che il sistema statale — incluso il razionamento — funzioni come supporto basilare della società.
Risulta particolarmente sorprendente che i media internazionali continuino a cadere in questo tipo di inquadrature narrative, dove il sistema di razionamento appare quasi come una vittima collaterale, invece di essere compreso per quello che è realmente: una conseguenza diretta della scarsità strutturale e del fallimento economico del modello imposto per oltre sei decenni.
C'è stato un tempo, molti decenni fa, in cui il quaderno poteva rappresentare un meccanismo di distribuzione in mezzo a difficoltà. Ma quel contesto è scomparso da tempo.
Oggi, insistere su quell'immagine non è solo anacronistico, ma profondamente ingiusto nei confronti di una popolazione che vive una crisi molto più complessa di quanto alcuni titoli suggeriscano.
Porque il vero problema a Cuba non è che il razionamento sia “in pericolo”.
Il problema è che da anni ha smesso di essere una soluzione. Continuare a raccontare la storia come se lo fosse ancora non aiuta a comprendere — né a risolvere — la dura realtà che milioni di cubani affrontano ogni giorno.
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