Il governante designato Miguel Díaz-Canel ha dichiarato in televisione americana che a Cuba nessuno va in prigione per essersi manifestato. Meno di 12 ore dopo, la Sicurezza dello Stato ha convocato l'attivista David Espinosa Martínez e sua moglie, smontando il suo discorso quasi in tempo reale.
Non si tratta di una coincidenza da poco. È la conferma, in poche ore, del divario tra ciò che il regime dice all'esterno e ciò che fa all'interno del paese.
Durante la sua intervista a 'Meet the Press' (NBC News), il governante ha insistito che coloro che esprimono malcontento sono ascoltati dalle istituzioni e che manifestarsi non comporta conseguenze penali.
Tuttavia, mentre quel messaggio veniva trasmesso a un pubblico internazionale, a La Habana la polizia politica attivava il suo consueto meccanismo: citazioni, avvertimenti legali e pressione diretta contro cittadini scomodi.
Il caso di Espinosa —conosciuto sui social come @DavidSiloetano— si inserisce perfettamente in questo schema. La sua “colpa” è stata quella di solidarizzare con i giovani legati al gruppo 'Fuera de la Caja Cuba', uno dei collettivi più sorvegliati per la sua capacità di amplificare le critiche al sistema.
Non è la prima volta che il ministero dell'Interno cita il giovane cattolico e attivista. In questa occasione, inoltre, hanno incluso anche sua moglie, una prassi frequente per aumentare la pressione psicologica e familiare.
La logica è chiara: punire non solo chi parla, ma anche chi lo sostiene.
Lungi dall'essere un fatto isolato, l'episodio fa parte di una dinamica repressiva più ampia. Ana Sofía Benítez, un'altra giovane associata a quel contesto, rimane sotto arresto domiciliare dopo essere stata processata per la sua attività sui social. Anche la sua famiglia è stata oggetto di molestie: sua sorella è stata interrogata, minacciata e le è stato trattenuto il passaporto prima di viaggiare negli Stati Uniti.
Il medesimo schema si ripete in altre province. A Holguín, i giovani Kamil Zayas Pérez e Ernesto Ricardo Medina, del progetto indipendente El4tico, continuano a essere in detenzione provvisoria accusati di “propaganda contro l'ordine costituzionale” e “istigazione a delinquere”, figure utilizzate in modo sistematico per criminalizzare la critica.
Non si tratta di reati comuni, ma di strumenti legali progettati per neutralizzare voci scomode.
In questo contesto, le dichiarazioni di Díaz-Canel non reggono al confronto con la realtà. Mentre tenta di proiettare un'immagine di apertura e tolleranza, all'interno del paese si mantiene intatto l'apparato di sorveglianza, intimidazione e punizione contro coloro che dissentono.
La rapidità con cui è avvenuta la citazione di Espinosa non lascia spazio a interpretazioni: il discorso ufficiale è stato smentito in tempo record dai propri meccanismi del sistema. Ciò che viene presentato come "diritto a manifestarsi" fuori da Cuba, si traduce all'interno in citazioni, minacce e processi penali.
Casi come questo, insieme a quelli di Ana Sofía Benítez e degli attivisti di El4tico, non sono eccezioni. Fanno parte di una casistica repressive sostenuta che disarma, ancora e ancora, la narrativa ufficiale.
In Cuba, dissentire continua ad avere un prezzo. E il potere, quando si sente messo in discussione, risponde come sempre: con repressione.
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