“Fai questa domanda a Trump?”: Le 7 frasi più controverse di Díaz-Canel su NBC



Miguel Díaz-CanelFoto © Presidenza Cuba

Miguel Díaz-Canel ha concesso questa settimana un'intervista a NBC News che, oltre al suo valore simbolico —la prima di un governante cubano nella televisione statunitense dal 1959—, ha fornito diverse chiavi politiche in un momento di massima pressione sul regime.

L'intervista con la giornalista Kristen Welker, conduttrice di “Meet the Press”, ha messo in evidenza sia la strategia comunicativa del governo cubano sia i suoi limiti di fronte a domande dirette sulla crisi interna e sulla permanenza al potere.

Uno dei momenti più rivelatori è arrivato quando Welker ha chiesto senza giri di parole se Díaz-Canel sarebbe disposto a dimettersi "per salvare il paese". La reazione del presidente è stata immediata e difensiva.

In Cuba, le persone che ricoprono posizioni di leadership non sono scelte dal governo statunitense, rispose visibilmente a disagio.

Lungi dall'aprire uno spazio a una riflessione politica, il governante ha chiuso qualsiasi possibilità di cambiamento con una frase contundente: “Dimettersi non fa parte del nostro vocabolario”. Inoltre, ha sottolineato che Cuba è “uno Stato libero e sovrano”.

La dichiarazione non solo riafferma la rigidità del sistema, ma ignora anche il contesto di collasso che affronta la popolazione cubana, segnata da blackout di fino a 24 ore, scarsità generalizzata e una contrazione economica sostenuta.

Il frammento dell'intervista ha anche messo in evidenza una tattica ricorrente del discorso ufficiale: deviare la pressione con controattacchi. Di fronte all'insistenza di Welker, Díaz-Canel ha risposto con un'altra domanda: “Fanno questa domanda a Trump?”, e ha persino suggerito se la giornalista agisse su incarico.

"È una tua domanda o del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti?", ha detto Díaz-Canel a Welker. Tuttavia, la manovra non è riuscita a scomporre l'intervistatrice, che ha chiarito che quel tipo di domande fa parte del suo lavoro abituale.

Oltre al tono, il contenuto delle sue risposte conferma una linea politica inalterata. Díaz-Canel ha ribadito che i dirigenti politici cubani "non sono soggetti ai voleri degli Stati Uniti".

Noostante, ha introdotto una sfumatura che contrasta con la realtà politica del paese: “Se il popolo cubano capisce che non sono adatto per la carica, che non sono stato all'altezza, allora non dovrei occupare la presidenza”.

Quella affermazione contrasta con un sistema privo di pluripartitismo, elezioni con un unico candidato alla presidenza e senza meccanismi efficaci di responsabilità nei confronti dell'amministrazione statale, il che limita gravemente la reale capacità dei cubani di provocare un cambiamento di leadership.

Díaz-Canel ha lasciato chiaro che non intende dimettersi e assicura che risponderà solo ai cubani in grado di dimostrare che non è idoneo a ricoprire la presidenza del paese: "Io risponderò davanti a loro", ha sottolineato.

L'intervista si svolge in un contesto particolarmente teso. L'amministrazione di Donald Trump ha intensificato la pressione su L'Avana con nuove sanzioni e un discorso sempre più diretto su un possibile cambiamento politico nell'isola. Parallelamente, Washington mantiene contatti con il regime, sebbene senza una negoziazione strutturata.

In questo scenario, l'apparizione di Díaz-Canel nei media statunitensi sembra rispondere più a una strategia di visibilità internazionale che a un segnale di reale apertura.

Si verifica anche dopo le recenti dichiarazioni dello stesso mandatario, in cui ha avvertito che Cuba “risponderebbe” anche con tattiche di guerra di guerriglia di fronte a un'eventuale intervento.

In definitiva, l'intervista non ha mostrato un leader disposto a cedere o riformare, ma piuttosto un dirigente asserragliato nel discorso tradizionale del regime, in un momento in cui la crisi interna e la pressione esterna richiedono risposte ben più concrete rispetto a slogan politici.

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