
Video correlati:
L'arrivo a Cuba del petroliero russo Anatoli Kolodkin avviene in un contesto molto più complesso di quanto possa apparire: il petrolio è stato caricato nel porto di Primorsk, una delle principali infrastrutture energetiche della Russia che è stata recentemente presa di mira da attacchi con droni ucraini.
Negli ultimi giorni, l'Ucraina ha intensificato le sue offensive contro il corridoio petrolifero del Baltico, colpendo impianti a Primorsk e Ust-Luga, due nodi chiave per l'esportazione di petrolio russo.
Secondo El Mundo, questi attacchi hanno provocato incendi, danni ai serbatoi di stoccaggio e la sospensione parziale delle operazioni, influenzando direttamente la capacità di Mosca di sostenere le sue spedizioni all'estero.
Il obiettivo è chiaro: ridurre le entrate del Cremlino in piena guerra. La Russia, secondo maggior esportatore mondiale di petrolio, dipende in gran parte da queste vendite, mentre Kiev cerca di indebolire questa fonte di finanziamento. Diverse analisi indicano che queste operazioni sarebbero supportate da servizi d'intelligence occidentali.
In questo scenario, l'invio di 730.000 barili verso Cuba acquista una dimensione diversa. Anche se l'amministrazione di Donald Trump ha consentito l'arrivo della petroliera —in quello che è stato presentato come un gesto umanitario—, Washington mantiene un controllo effettivo sul flusso energetico verso l'isola, autorizzando spedizioni puntuali mentre limita l'accesso stabile del regime al combustibile.
Il risultato è una paradosso strategico: Gli Stati Uniti permettono l'arrivo del petrolio, ma allo stesso tempo contribuiscono —direttamente o indirettamente— a indebolire l'infrastruttura che rende possibili queste spedizioni. La Russia riesce a spedire carichi come quello dell'Anatoli Kolodkin, ma sotto una pressione crescente sulla sua capacità esportativa.
Per Cuba, questo si traduce in una dipendenza ancora più fragile. Il carico copre a malapena circa una settimana di consumo in un paese che ha bisogno di circa 100.000 barili al giorno per sostenere il suo sistema elettrico e la sua economia. Ogni invio diventa così un respiro temporaneo all'interno di una catena di approvvigionamento sempre più incerta.
In pratica, questo scenario rafforza una tendenza emergente: gli Stati Uniti non solo fanno pressione sul regime cubano, ma iniziano a posizionarsi come l'attore che, direttamente o indirettamente, decide quale petrolio arriva sull'isola.
Más che un sollievo energetico, il caso di Anatoli Kolodkin riflette come la crisi cubana sia intrappolata in un scacchiere geopolitico dove La Havana dipende da decisioni esterne per rimanere o meno al potere.
Archiviato in: