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Il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, si è presentato martedì presso un tribunale federale di Miami per testimoniare al processo contro l'ex congresista repubblicano David Rivera, un antico alleato politico e amico personale accusato di agire come agente straniero a favore del regime di Nicolás Maduro.
Durante circa tre ore di interrogatorio, Rubio ha fornito una versione che ha cercato di prendere le distanze dalle azioni che oggi sta indagando la Procura.
Assicurò di non conoscere affatto i legami di Rivera con interessi venezuelani e che, se li avesse conosciuti, non avrebbe partecipato a nessuna iniziativa correlata.
“Se avessi saputo dell'accordo, non avrei preso alcuna misura successiva”, ha dichiarato il capo della diplomazia statunitense davanti alla giuria, facendo riferimento a un contratto di fino a 50 milioni di dollari che - secondo l'accusa - Rivera avrebbe ottenuto nel 2017 tramite CITGO, filiale negli Stati Uniti della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA.
Un amico di lunga data sotto sospetto
Il caso pone al centro una relazione personale e politica che risale a decenni.
Rubio e Rivera erano d'accordo sulla politica statale della Florida e arrivarono persino a condividere un'abitazione a Tallahassee.
Questa vicinanza è stata sottolineata dalla difesa durante il processo, che ha cercato di dimostrare che il legame tra i due trascendeva il professionale e aveva un carattere “ravvicinato e persino familiare”, qualcosa che lo stesso Rubio ha confermato.
Rivera, che è stato congressista dal 2011 al 2013, affronta accuse federali per aver presumibilmente tentato di influenzare l'amministrazione statunitense - durante il primo mandato di Trump - per attenuare le sanzioni contro il chavismo.
Junto a lui è accusata anche Esther Nuhfer, come rivelato dalla stampa statunitense.
La Procura sostiene che entrambi hanno partecipato a uno schema di lobby illegale legato al regime venezuelano, con pagamenti miliardari in gioco.
Rivera, tuttavia, ha negato di aver commesso reati e ha assicurato di essere fiducioso di non aver violato la legge.
Riunioni, promesse e scetticismo
Uno dei punti centrali della testimonianza di Rubio è ruotato attorno a due incontri che ha avuto con Rivera nel luglio del 2017, durante un'accesa escalation di tensioni tra Washington e Caracas.
Secondo quanto riferito, il suo allora amico gli propose un presunto piano sostenuto da settori del chavismo per facilitare una transizione democratica in Venezuela.
L'iniziativa prevedeva la possibile consegna di una lettera di Nicolás Maduro all'allora presidente Donald Trump.
Rubio ha dichiarato di aver ricevuto queste informazioni con dei dubbi fin dall'inizio.
Recordò che Rivera gli assicurò che “persone influenti in Venezuela avevano convinto Maduro a rinunciare al potere”, ma ammise di essere stato scettico riguardo a questa versione.
In una delle riunioni, tenutasi a Washington, ha partecipato l'imprenditore venezuelano Raúl Gorrín, indicato come intermediario.
Tuttavia, l'incontro si è concluso senza risultati concreti.
Lo stesso Rubio ha definito quell'incontro come una "perdita di tempo", dato che la presunta lettera di impegno che avrebbe dovuto essere consegnata a Trump non si è concretizzata.
Cifre milionarie e dubbi irrisolti
Durante la sua testimonianza, Rubio ha anche rivelato che Rivera gli ha mostrato su un computer informazioni su un conto con "transazioni milionarie" presumibilmente collegate a Gorrín.
Questo elemento, che la Procura considera rilevante nel contesto dell'indagine, non è stato approfondito dall'attuale segretario di Stato.
Rubio ha assicurato di non sapere a chi appartenesse l'account e di non aver fatto ulteriori domande in merito, un’omissione che rafforza il suo argomento di non essere a conoscenza di possibili attività illecite.
Discorsi, contatti e avvertimenti
L'allora senatore ha inoltre riconosciuto che - in quel contesto - ha pronunciato due discorsi relativi al Venezuela, uno al Senato e l'altro trasmesso in spagnolo dal canale Globovisión.
Ha spiegato che in quei messaggi ha utilizzato "parole chiave" suggerite da Rivera, nelle quali si chiariva che non ci sarebbe stata "vendetta" contro il regime se si fosse avviata una vera transizione democratica.
Incluso, dopo una delle riunioni, Rubio ha dichiarato di aver informato direttamente Trump che “potrebbe accadere qualcosa in Venezuela”, anche se ha insistito nel mantenere sempre delle riserve sulla veridicità della proposta.
Amenze e sicurezza rafforzata
La testimonianza ha incluso incluso un elemento delicato: Rubio ha assicurato che, poco dopo questi contatti, ha ricevuto informazioni da autorità statunitensi riguardo a una minaccia alla sua vita attribuita a Diosdado Cabello, una delle figure più influenti del chavismo.
Secondo quanto riferito, la sua sicurezza è stata rafforzata per diversi mesi e ha persino chiesto a Rivera di indagare sull'entità di quella minaccia.
Tuttavia, ha sostenuto che il suo interesse iniziale per esplorare i contatti rispondeva alla possibilità -anche se remota- di un'apertura democratica in Venezuela.
Un testimone chiave, senza accuse dirette
Nonostante l'ampiezza del caso e la rilevanza politica del testimone, i pubblici ministeri hanno chiarito che Rubio non è accusato di alcuna irregolarità.
El analista politico Alex Penelas ha sottolineato che “non è stato assolutamente allegato nulla contro Marco Rubio”, ma ha evidenziato l'insolito della sua comparsa: “il fatto che lui si stia presentando ora come testimone qui in un tribunale di Miami è davvero straordinario”.
Il processo, supervisionato dalla giudice federale Melissa Damian, esamina accuse come il riciclaggio di denaro e le violazioni della legge sul registro degli agenti stranieri.
Oltre al verdetto giuridico, il processo mette sotto esame le connessioni politiche, personali e imprenditoriali intorno a uno degli episodi più delicati della relazione tra gli Stati Uniti e il regime di Nicolás Maduro.
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