Ci hanno insegnato ad ammirare i ribelli… fino a quando i ribelli sono stati quelli di oggi

Ernesto Ricardo Medina e Kamil Zayas Pérez, di El4tico, e Anna Sofía BenítezFoto © Facebook/El4tico e Anna Bensi

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Fin da piccoli, ai cubani ci è stata insegnata una storia piena di coraggio. A scuola ascoltavamo i nomi di giovani che si erano opposti alle dittature del loro tempo, studenti che sfidarono Machado, ragazzi che cospiravano contro Batista, giovani che rischiarono la vita perché credevano che la libertà del paese valesse più della paura. Quei racconti non erano semplici lezioni di storia; erano presentati come esempi morali, come prove che la dignità di un popolo poteva nascere dal coraggio dei suoi giovani. Ci hanno insegnato a ammirarli, a vedere in loro il simbolo di ciò che significa lottare contro l'ingiustizia.

In quelle storie c'era un messaggio chiaro: quando un governo diventa oppressivo e il popolo perde le proprie libertà, ribellarsi contro di esso può essere un atto di coraggio e di amore per la patria. Così ce lo hanno raccontato, così l'abbiamo appreso, e così siamo cresciuti credendo che la dignità consistesse esattamente nel non accettare l'umiliazione né il silenzio.

Tuttavia, col passare del tempo appare una contraddizione che risulta impossibile ignorare. Quando i giovani di oggi alzano la voce a Cuba, quando mettono in discussione un sistema che ha monopolizzato il potere per decenni, quando chiedono cambiamenti, libertà o semplicemente un futuro diverso, la narrativa cambia in modo radicale. Ciò che nei libri era considerato coraggio, ora è definito tradimento. Ciò che prima era eroismo, adesso diventa reato. Improvvisamente, i giovani che protestano smettono di essere cittadini consapevoli e vengono etichettati come nemici.

È lì che sorge una domanda inevitabile. Se affrontare Batista era un atto eroico, perché oggi mettere in discussione il potere è considerato imperdonabile? Se ribellarsi contro l'ingiustizia è stato celebrato come un gesto di dignità, perché ora il dissenso è trattato come una minaccia?

La paradosso è evidente. Ci hanno insegnato ad ammirare i ribelli del passato, ma ci chiedono di condannare quelli del presente. Ci hanno insegnato che la libertà si conquista quando qualcuno ha il coraggio di sfidare il potere, ma ora si pretende che questo principio rimanga congelato nei libri di storia, come se non potesse più applicarsi al tempo in cui viviamo.

Forse il problema non sta nei giovani che oggi mettono in discussione, ma nell'inquietudine che provoca ricordare che la storia non appartiene mai esclusivamente a chi governa. La storia appartiene, in realtà, a chi ha il coraggio di chiedersi se il potere rimanga giusto.

E forse la domanda più onesta che possiamo porci non è chi ha ragione oggi, ma se siamo disposti a riconoscere che lo stesso valore che ammiriamo nei giovani del passato può esistere anche nei giovani del presente.

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Lázaro Leyva

Medico cubano, specialista in Medicina Interna. Risiede in Spagna e scrive con uno sguardo critico sulla crisi sanitaria e sociale di Cuba.