Morón e il doppio standard della storia

Protesta contro il regime a Morón, Ciego de ÁvilaFoto © Catture di video dai social media

Ogni volta che a Cuba si verifica una protesta o un esplosione di malcontento sociale, compare rapidamente una spiegazione ufficiale: “vandalismo”, “criminalità”, “persone manipolate”. È una narrazione che cerca di ridurre un fenomeno sociale complesso a un semplice problema di ordine pubblico.

Tuttavia, quando si guarda con onestà alla propria storia di Cuba, emerge una contraddizione difficile da ignorare.

Captura di Facebook/Lázaro E. Libre

Desde le guerre di indipendenza del XIX secolo, molte delle azioni utilizzate per affrontare il potere costituito includono sabotaggi, incendi di proprietà, distruzione di infrastrutture, attacchi a strutture e sollevamenti armati. I mambises utilizzarono la cosiddetta “torcia incendiaria” per bruciare zuccherifici e piantagioni con l'obiettivo di indebolire la base economica del dominio coloniale. Quelle azioni, che implicavano la distruzione di proprietà e risorse, oggi vengono insegnate come parte dell'eroismo della lotta per l'indipendenza.

Durante la Guerra d'Indipendenza si attaccarono anche fortificazioni, ferrovie e posizioni militari del potere coloniale. All'epoca, le autorità spagnole qualificavano gli insorti come banditi o criminali. Tuttavia, la storia successiva li ha riconosciuti come patrioti.

Décadi dopo, durante l'opposizione al governo di Gerardo Machado e più tardi nella lotta contro la dittatura di Fulgencio Batista, riemersero sabotaggi, incendi, attentati contro le infrastrutture e attacchi armati contro caserme e stazioni di polizia. Questi eventi comportarono anche violenza politica e distruzione materiale, ma la narrativa storica successiva li presentò come atti di coraggio rivoluzionario.

Qui si presenta il problema del doppio standard.

Quando azioni simili si verificano oggi in un contesto di inconformità sociale, vengono subito descritte come vandalismo o criminalità. Tuttavia, quando queste stesse forme di conflitto si sono verificate in altri momenti della storia, protagonizzate da coloro che poi hanno raggiunto il potere, sono state trasformate in gesta eroiche.

La differenza, quindi, sembra non risiedere nella natura dei fatti, ma in chi ha il controllo del racconto storico.

La storia, quando viene utilizzata come strumento di potere, può trasformarsi in uno specchio selettivo: mette in risalto alcuni episodi e condanna altri, anche se in essenza rispondono a dinamiche molto simili.

Per questo, al di là delle etichette che si utilizzano oggi, sarebbe opportuno ricordare una verità semplice: i popoli non scendono in strada per capriccio. Lo fanno quando le condizioni di vita diventano difficili, quando la frustrazione accumulata cresce e quando sentono che la loro voce non trova altri canali per essere ascoltata.

Descrivere questi fenomeni esclusivamente come criminalità può servire a giustificare risposte di controllo immediato, ma non affronta le cause profonde che li generano.

La storia cubana (quella che si insegna nelle aule) dimostra che molte azioni che in quel momento furono qualificate come sedizione o criminalità sono state successivamente reinterpretate come episodi di lotta politica e sociale.

Forse per questo la domanda più onesta non è se un fatto si adatta a un'etichetta o a un'altra, ma perché una società arriva al punto in cui quelle situazioni si ripetono.

Perché quando la storia viene esaminata senza filtri né convenienze, rivela qualcosa di scomodo: a volte gli stessi fatti vengono giudicati in modo completamente diverso a seconda di chi ha il potere di raccontarli.

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Lázaro Leyva

Medico cubano, specialista in Medicina Interna. Risiede in Spagna e scrive con uno sguardo critico sulla crisi sanitaria e sociale di Cuba.