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La giornalista ed exdeputata spagnola Pilar Rahola ha considerato che, dopo la caduta del chavismo in Venezuela, il regime di Miguel Díaz-Canel a Cuba affronta tre possibili scenari nei confronti degli Stati Uniti: intervento, negoziazione o collasso.
“El terremoto in Venezuela potrebbe provocare la crepa finale”, scrive Rahola in un articolo pubblicato su Infobae con il titolo “È l'ora di Cuba?”.
Ricordò che la chiusura del flusso di petrolio e denaro da Caracas —pilastro economico del castrismo dal 2000— potrebbe infliggere “il colpo mortale a un regime che già accumula grandi debolezze”.
Questa considerazione sembra chiarirsi ulteriormente questo giovedì, quando la Casa Bianca ha aumentato la pressione sul regime cubano dopo la firma da parte del presidente Donald Trump di un nuovo decreto di emergenza nazionale su Cuba, che estende le sanzioni finanziarie, autorizza l'uso di beni bloccati per “obiettivi umanitari controllati” e conferisce al Dipartimento di Stato il potere di coordinare “risposte straordinarie” in caso di un possibile collasso politico nell'isola.
Qui menzioniamo i tre scenari proposti da Rahola:
1- Intervento
Según l'esperta, un intervento militare limitato nello stile dell'operazione eseguita da Washington in Venezuela non può essere escluso. Trump ha dimostrato disponibilità all'uso della forza, e il suo team di sicurezza nazionale —guidato dal segretario di Stato Marco Rubio— ha discusso scenari di azione "chirurgica" in caso di repressione massiva o disordini migratori.
Tuttavia, avverte l'autrice, “Cuba non è il Venezuela”: dispone di un esercito addestrato, combattenti con esperienza internazionale (inclusi nella guerra in Ucraina) e una struttura repressiva consolidata. Un'intervento aperto sarebbe, dice, “un'avventura dal risultato incerto”.
2- Negoziazione
Un'altra opzione, più pragmatica e in linea con lo stile negoziale di Trump, sarebbe un accordo di transizione con il regime. Tuttavia, i recenti movimenti di Russia, Cina e Messico complicano questo percorso.
Rahola sottolinea l'arrivo a L'Avana del ministro russo dell'Interno, Vladimir Kolokoltsev —uno dei responsabili dell'apparato repressivo di Mosca—, che considera “una dichiarazione di intenti del Cremlino per blindare il castrismo”.
Inoltre, la Cina ha annunciato un nuovo round di aiuti economici e alimentari, e Claudia Sheinbaum ha confermato che il Messico manterrà le spedizioni di petrolio a Cuba come “aiuto umanitario”, ignorando le avvertenze di Washington, che giovedì ha minacciato di imporre ulteriori dazi a coloro che inviano greggio a L'Avana.
3- Collasso
La terza via, e quella che oggi sembra più probabile, è il collasso interno. Con il Venezuela fuori dalla mappa e l'economia cubana immersa nella sua crisi peggiore dagli anni '90, la caduta potrebbe verificarsi senza un intervento diretto. Trump potrebbe scegliere di lasciare che il deterioramento economico, politico e sociale spinga il regime verso la sua fine naturale.
Rahola ricorda che il paese vive tra blackout di fino a 20 ore, inflazione incontrollata, scarsità generalizzata e una fuga migratoria massiccia. “Basterebbe che gli Stati Uniti stringessero un po' di più il cerchio finanziario”, sottolinea.
Il decreto di emergenza: preludio a un cambiamento d'era
Il nuovo decreto firmato da Trump stabilisce meccanismi per “assistere direttamente il popolo cubano” senza passare per il regime, e apre la porta a un fondo internazionale per la ricostruzione postcomunista dell'isola, coordinato dalla USAID e dal Dipartimento di Stato.
Fonti a Washington affermano che la misura risponde a rapporti di intelligence che prevedono un “collasso istituzionale progressivo” a Cuba nei prossimi sei mesi. La Casa Bianca non esclude di ampliare l'ordine esecutivo per consentire “operazioni di risposta umanitaria immediata” se la situazione dovesse deteriorarsi.
La segnale è inequivocabile: Washington considera che il castrismo entra nella sua fase terminale. Come indicato da Rahola, intervento, negoziazione o collasso: l'orologio di Cuba potrebbe segnare l'ora zero.
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