Il sacerdote Alberto Reyes denuncia che la "causa rivoluzionaria" ha trasformato il cubano in un pezzo di scarto



Reyes spiega come l'ideologia marxista abbia disumanizzato le persone a Cuba, dove la vita personale e familiare è ingiustamente sacrificata per un progetto politico vuoto.

Sacerdote cubano Alberto ReyesFoto © Facebook / Alberto Reyes

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Il sacerdote cubano Alberto Reyes Pías è tornato virale dopo aver pubblicato una profonda riflessione sul suo profilo di Facebook in cui mette in discussione uno dei pilastri del marxismo-leninismo e, in modo implicito, la logica politica che ha sostenuto il governo cubano per più di sei decenni.

Nel suo testo, il Padre Reyes parte da un ricordo della sua infanzia: una scena televisiva in cui giovani rivoluzionari lamentano che una coppia possa "perdersi per la causa".

Quello che per un bambino sembrava un'immagine quasi romantica, col passare del tempo si trasformò in motivo di profonda preoccupazione: l'idea che per quella ideologia "la persona non conta" di fronte all'ideale rivoluzionario.

La persona come pezzo usa e getta

Reyes interpreta quella scena come una metafora diretta di quello che vede come il fondamento ideologico del marxismo-leninismo e di come il regime abbia subordinato le persone a una causa che non ha portato né benessere né dignità reale alla maggior parte dei cittadini.

"Il ideale della rivoluzione come il bene supremo per cui valeva la pena sacrificare tutto. (...) Non importa la sua vita, né il suo progetto personale, né il suo presente, né il suo futuro", scrive.

"Non importa la tua famiglia, né i tuoi figli, né i tuoi genitori, né tantomeno il tuo partner. Ciò che conta è 'la causa', l'ideale di una società rivoluzionaria che, d'altra parte, non fa altro che risucchiare tutta la tua energia, tutta la tua vitalità...", aggiunge.

Per il religioso, questa subordinazione assoluta finisce per utilizzare l'individuo finché è utile a sostenere il sistema e poi scartarlo.

Nel suo analisi, collega questa astrazione ideologica a fatti concreti: la lunga lista di cubani che hanno dedicato decenni delle loro vite alla rivoluzione senza ricevere nulla di sostanziale in cambio.

Menziona i morti nelle missioni internazionali promosse dallo Stato, da Algeri fino all'Angola, Nicaragua o, più recentemente, Venezuela, dove 32 cubani sono caduti in combattimento sotto bandiere che non erano le loro.

"Coloro che li hanno inviati a morire da una posizione di sicurezza per sé e per i propri figli non possono più riportarli indietro, ma non offriranno nemmeno ai loro familiari - partner, genitori, figli - supporto per vivere una vita migliore. Li applaudiranno per il 'coraggio' di chi è morto e si scorderanno di tutti...", ha dettagliato.

Captura di Facebook / Alberto Reyes

Il costo umano delle missioni

Il testo denuncia che, al di là dei discorsi ufficiali che glorificano i sacrifici, la realtà di molti cubani che hanno accettato di servire in missioni cercando un beneficio economico si presenta colma di dolore e abbandono.

Le famiglie rimangono irreparabilmente colpite: matrimoni distrutti, genitori assenti e figli emotivamente feriti, ferite che la narrativa ufficiale non arriva mai a riconoscere né a compensare.

Questa critica si estende anche a ciò che viene definito una "causa vuota": una dittatura che si presenta come difensore dei popoli, ma che, nella pratica, cerca solo di mantenere al potere coloro che già detengono il controllo.

Un invito radical a dire No

Lontano dal cadere in rassegnazioni o appelli ambigui, il sacerdote conclude la sua riflessione con un invito che ha un tono quasi simultaneamente spirituale e politico: "Non parteciperò al gioco, non mi lascerò utilizzare, non mi metterò in una situazione in cui possano manipolarmi...".

Quella ferma negazione, riassunta in un semplice "No", rappresenta per lui un atto di pensiero critico e di difesa della dignità personale di fronte a una logica che, secondo quanto afferma, ha richiesto la totale sottomissione dell'individuo in cambio di nulla.

Questo tipo di riflessione non è isolato nel percorso di Reyes.

Negli ultimi anni, il sacerdote è stato una voce persistente sui social media denunciando la mancanza di libertà, la repressione e la paralisi sociale che vive Cuba, così come la necessità che il popolo smetta di aspettare soluzioni dall'alto per realizzare le proprie aspirazioni di giustizia e progresso.

In un contesto in cui la critica aperta al modello politico dominante rimane delicata e rischiosa, le sue parole sono diventate per molti un'espressione coraggiosa di ciò che molti cubani sentono: che è necessario pensare con la propria testa, rifiutarsi di essere usati come strumento politico e rivendicare la dignità umana come un valore che non può essere subordinato a nessuna causa ideologica che non garantisca il benessere reale delle persone.

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Redazione di CiberCuba

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