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El XI Pleno del Comité Central del Partido Comunista de Cuba (PCC) si svolge questo sabato in mezzo a una crisi economica senza precedenti, un crescente malessere sociale e un processo politico caratterizzato dal segreto, dalla simulazione e dalla propaganda.
Lontano dall'essere uno spazio reale di deliberazione o autocritica, questo plenaria —ridotta a una videoconferenza di un solo giorno— è diventata una manovra di controllo politico e comunicativo, progettata per mantenere l'apparenza di unità attorno al regime mentre nella pratica si consolidano profondi cambiamenti strutturali che favoriscono le élite al potere e approfondiscono la disuguaglianza e l'ingiustizia sociale.
Un'assemblea urgente in un paese sull'orlo del collasso
Il riduzione del plenum a un'unica giornata virtuale è di per sé un simbolo della crisi.
Sebbene il Buró Politico abbia giustificato la misura con l'argomento di “ridurre le spese” e “mantenere i quadri nei loro territori”, in realtà riflette l'incapacità materiale e politica dello Stato di sostenere persino i propri rituali di potere.
Il massimo organo del Partito —che dovrebbe essere uno spazio di direzione e analisi strategica— è stato ridotto a una connessione digitale controllata, senza reale dibattito né presenza pubblica.
La stessa tendenza si osserva nell'Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che anche si riunirà questo mese solo per un giorno e in videoconferenza, ripetendo il modello di riduzione istituzionale e perdita di formalità democratica anche all'interno della stessa dittatura.
In pratica, sia il Partito che il Parlamento sono diventati palcoscenici simbolici, utilizzati per convalidare decisioni già prese dal ristretto nucleo che circonda Raúl Castro e la dirigenza di GAESA.
Il contesto: Una dollarizzazione legalizzata e una disuguaglianza istituzionalizzata
La riunione si svolge appena una settimana dopo l'entrata in vigore del Decreto-Legge 113/2025, che legalizza la dollarizzazione parziale dell'economia e sancisce un sistema multivaluta sotto controllo statale.
Il ministro dell'Economia, Joaquín Alonso Vázquez, ha presentato il testo come un'“aggiornamento tecnico”, ma il contenuto dimostra che si tratta di una continuazione diretta del modello di Alejandro Gil Fernández, l'ex ministro caduto in disgrazia, accusato di corruzione e spionaggio.
Il decreto crea un “sistema di gestione e assegnazione delle valute” dove il ministero dell'Economia e della Pianificazione (MEP) e la Banca Centrale (BCC) decidono chi può operare in dollari, sotto quali condizioni e con quali limiti.
In pratica, istituzionalizza la segmentazione dell'economia: una per gli attori autorizzati (aziende statali, investitori, Mipymes legate al potere) e un'altra, impoverita e svalutata, per il resto della popolazione che sopravvive in pesos cubani.
Quello che il regime vende come “riordino razionale” è in realtà una riforma neoliberista mascherata, che sposta i costi della crisi sul cittadino comune mentre concentra il controllo della valuta nelle mani dello Stato e del conglomerato militare GAESA.
Invece di eliminare la dollarizzazione, come prometteva la Tarea Ordinamento del 2021, il Decreto 113 la legalizza, la rinforza e la regola a favore del potere.
Uno Stato che si riduce per il popolo e si blinda per le élite
El XI Pleno si tiene luogo mentre la struttura dello Stato si riduce, non nel suo apparato repressivo o propagandistico, ma nella sua funzione pubblica.
L'eliminazione degli spazi fisici, la virtualizzazione degli organi politici e l'assenza di informazioni trasparenti su bilanci, tassi di cambio o cifre d'inflazione evidenziano un processo di recentralizzazione autoritaria, dove le decisioni vengono prese nell'ombra, senza rendicontazione né partecipazione cittadina.
Il discorso di austerità è, in realtà, una copertura per il ripiegamento del potere verso i circoli più ristretti del Partito e dell’apparato militare-economico.
Le istituzioni che un tempo servivano per legittimare il consenso interno ora simulano attività mentre il vero potere si concentra al di fuori di esse. Il risultato: uno Stato che non governa, ma amministra il controllo sociale.
Propaganda, unanimità e la fabbricazione del consenso
Il testo pubblicato dalla giornalista ufficialista Angélica Paredes con il titolo “Nel XI Plenario del Comitato Centrale ci sarà l'agenda di Cuba” ripete le stesse frasi vuote che si ascoltano da più di mezzo secolo: “unità del popolo”, “principi sacri della Rivoluzione”, “resistenza di fronte al blocco”.
Non ci sono cifre, né dati, né menzione dei veri problemi: l'inflazione galoppante, la perdita di valore del peso, l'esodo migratorio o la paralisi produttiva. L'obiettivo di questa narrativa non è informare, ma ribadire la finzione di una unanimità nazionale.
Il Partito si presenta come “la bussola morale della nazione”, quando in realtà è diventato uno strumento di propaganda per rivestire di solennità un sistema totalitario esausto.
Il plenario di oggi non discuterà soluzioni: riprodurrà la messa in scena dell'ubbidienza.
La strategia mediatica del regime è chiara: mentre il paese affonda nel caos economico, Granma e Cubadebate lanciano campagne sulla “dignità di Cuba” e sui “diritti umani socialisti”, diventate meme virali per la popolazione che ironizza sul contrasto tra il discorso e la realtà.
La propaganda ufficiale tenta di riaccendere il legame emotivo con il mito della Rivoluzione, ma ciò che riesce a fare è sottolineare la distanza tra il potere e la gente.
Una mutazione strategica per sopravvivere
Detrás di questa pantomima istituzionale si nasconde un'operazione più profonda: il regime sta mutando per sopravvivere.
La legalizzazione della dollarizzazione, il controllo dell'accesso alle valute estere, la virtualizzazione del potere politico e l'uso intensivo della propaganda delineano un modello di autoritarismo tecnocratico, che cerca stabilità economica senza apertura politica.
È il passaggio da una dittatura ideologica a una dittatura di gestione, dove il socialismo viene utilizzato come marchio morale, ma la pratica economica risponde a una logica di controllo corporativo e disuguaglianza strutturale.
Mentre il popolo paga per l'inflazione, i blackout e la scarsità, le élite del Partito e il complesso militare GAESA catturano i soli circuiti redditizi del paese: turismo, rimesse, valute e commercio estero.
Il linguaggio rivoluzionario funge da cortina per un riordino del potere in chiave oligarchica, dove lo Stato smette di essere redistributore e si trasforma in esattore.
Un'assemblea senza popolo
L'XI Pleno del Comitato Centrale del PCC non è un dibattito, ma uno schermo di legittimazione.
Mentre la propaganda invoca "unità" e "principi", i cubani vivono con salari insufficenti, in un paese sempre più disuguale e senza prospettive.
La presunta “bussola morale” del Partito non punta più al futuro, ma alla sopravvivenza del potere. Oggi, 13 dicembre 2025, Cuba assiste a una riunione virtuale del vuoto, dove si parla a nome del popolo ma senza il popolo.
Un pleno che non corregge le distorsioni, ma le trasforma in politica di Stato. Un pleno che non rilancia l'economia, ma rafforza la menzogna. E un Partito che, incapace di trasformare la realtà, si limita ad amministrare la fede di coloro che ancora credono in un mito che non esiste più.
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