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In un'inusuale svolta narrativa nel giornalismo statale cubano, il Periódico Girón, organo del Partito Comunista di Cuba (PCC) a Matanzas, ha pubblicato tre reportage che affrontano la crisi economica da una prospettiva umana, lontana dai consueti pamphlet ideologici.
Lontano dal ripetere le giustificazioni ufficiali riguardo all'embargo statunitense o dall'esaltare la resistenza del popolo, questi testi ritraggono con crudezza il dramma della sopravvivenza quotidiana nell'isola, ponendo al centro i cubani comuni e le loro angustie.
I articoli, intitolati ‘Las penurias del recolector’, ‘El fuego improvisado y un plato de comida frío’ e ‘¿Qué fue de nosotros, los del fondo?’, scritti dai giornalisti Guillermo Carmona e José Alejandro Gómez Morales, rappresentano un barlume di apertura all'interno di un ecosistema mediatico controllato dal regime, dove il discorso ufficiale tende a minimizzare la crisi o a inquadrarla in una retorica di resistenza.
Le difficoltà del raccoglitore: La scarsità sulla tavola dei cubani
Il primo di questi testi, 'Las penurias del recolector', è un racconto crudo sulla lotta quotidiana per procurarsi il cibo a Cuba.
Attraverso lo sguardo di un figlio e sua madre, il giornalista descrive la disperazione di fronte all'imminente esaurimento del riso, un prodotto essenziale nella dieta cubana.
Chiamate infruttuose a familiari e vicini, visite a negozi senza rifornimenti e l'incertezza su cosa si potrà mangiare domani compongono la narrazione di un paese in cui la pianificazione alimentare dipende più dalla sorte che dal potere d'acquisto.
Più che una semplice cronaca, il testo è un ritratto dell'angoscia generalizzata che vivono le famiglie cubane, diventate raccoglitrici dei pochi prodotti disponibili in un mercato sempre più instabile.
Con un tono quasi letterario, Carmona riesce a trasmettere la disperazione di chi sa che il proprio benessere non dipende dai propri sforzi o dai propri redditi, ma dalla disponibilità erratica di beni di prima necessità.
Il fuoco improvvisato e un piatto di cibo freddo: Cucinare nell'oscurità
Il secondo articolo, ‘Il fuoco improvvisato e un piatto di cibo freddo’, mette in evidenza un altro problema critico della crisi cubana: l'instabilità del servizio elettrico e la mancanza di combustibili per cucinare.
Con interruzioni di corrente che si prolungano per ore e con un gas liquefatto sempre più raro, molti cubani sono stati costretti a ricorrere al carbone o alla legna per cucinare i loro alimenti, come se si trattasse di una regressione a tempi preindustriali.
Il testo narra scene quotidiane di disperazione: vicini che cercano carbone nei carri trainati da cavalli, famiglie che improvvisano focolari nei cortili delle loro case e la paura costante che una scintilla possa trasformarsi in un incendio.
La descrizione dell'atto di cucinare come un'odissea riflette con crudeltà la precarietà in cui versano le vite quotidiane sull'isola. Le foto che accompagnano questo articolo riflettono in modo oggettivo la triste realtà di molte famiglie cubane che vivono in condizioni di povertà energetica.
Lo più rilevante del reportage è il suo tono critico, che implica l'incapacità dello Stato di garantire un diritto così fondamentale come l'accesso all'energia. Senza menzionare direttamente Miguel Díaz-Canel né il governo, l'articolo mette in evidenza le carenze strutturali che hanno costretto i cubani a dipendere da soluzioni improvvisate per poter mangiare caldo.
Che fine abbiamo fatto noi, quelli del fondo?: La nostalgia di una generazione perduta
Il terzo reportage, ‘Cosa è successo a noi, quelli del fondo?’, è un saggio nostalgico sulla gioventù cubana e il suo disradicamento.
Attraverso una serie di domande retoriche, il testo ricorda una generazione che è cresciuta tra sogni, amicizie e piccole promesse, ma che oggi si trova di fronte a una realtà che ha strappato loro la speranza.
L'articolo non solo evoca la nostalgia per una giovinezza svanita tra difficoltà economiche e frustrazioni professionali, ma ritrae anche la decomposizione sociale di una Cuba dove i percorsi un tempo sicuri — come una carriera universitaria — non garantiscono più una vita dignitosa.
Senza menzionare esplicitamente l'emigrazione, il testo è un lamento per la dispersione di una generazione che è stata costretta a cercare il proprio futuro lontano dall'isola.
Fino a dove arriva la critica in questi articoli?
Si questi reportage rappresentano un passo inconsueto nel giornalismo ufficiale, c'è ancora un confine chiaro che non viene superato: l'identificazione delle cause e dei responsabili della crisi.
I testi espongono con franchezza le difficoltà della vita quotidiana a Cuba, ma evitano di porre domande scomode sui fattori strutturali che hanno portato il paese a questo punto.
Il carenza di cibo, i prolungati blackout e la disperazione della gioventù si presentano come fatti consumati, senza che si indaghi sulle politiche economiche fallimentari del governo, sulla corruzione statale o sul disastro amministrativo che aggravano questi problemi.
Ad esempio, in 'Las penurias del recolector', il racconto si concentra sull'angoscia di una madre e di suo figlio in cerca di riso, ma in nessun momento si mette in discussione perché la produzione agricola nazionale sia incapace di soddisfare la popolazione o come la burocrazia e la mancanza di incentivi influenzino la distribuzione degli alimenti. Viene descritto il problema, ma non si indicano i responsabili.
Nel fuoco improvvisato e in un piatto di cibo freddo si evidenzia la crisi energetica, ma l'articolo non menziona il deterioramento delle infrastrutture elettriche, la mancanza di investimenti efficienti né la cattiva gestione delle risorse da parte dello Stato.
Non si parla neppure della corruzione che ha colpito l'acquisto di carburante all'estero né delle politiche energetiche fallimentari che hanno lasciato il paese in questa situazione.
Por último, in ¿Qué fue de nosotros, los del fondo?, viene esposta la perdita di rotta di una generazione, ma non si analizza come le politiche governative abbiano spinto i giovani all'emigrazione o alla disillusione.
Si percepisce un lamento per la dispersione della generazione, ma non si affronta la responsabilità del regime nel deterioramento delle condizioni di vita e nelle poche opportunità per il futuro.
Un passo avanti o un semplice sfogo?
Questi testi, sebbene preziosi per il loro approccio umano e il loro allontanamento dalla propaganda, continuano a non oltrepassare la linea verso un'analisi profonda e la denuncia dei veri responsabili della crisi.
Sono una testimonianza del fatto che la disperazione è arrivata a un punto tale che persino la stampa ufficiale non può più ignorarla, ma non rappresentano ancora un giornalismo critico nel senso pieno del termine.
In definitiva, Periódico Girón ha permesso la pubblicazione di racconti che riflettono il dolore del popolo cubano, ma le manca ancora un passo fondamentale: segnalare che quella crisi non è un fenomeno inevitabile, ma il risultato di scelte politiche fallimentari e di un modello di governo che, nonostante i suoi costanti inviti alla resistenza, continua a dimostrare la propria incapacità di risolvere i problemi del paese.
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