
La ricercatrice e saggista cubana Hilda Landrove ha pubblicato questo venerdì su Rialta Magazine il saggio «Cuba: il volto macabro della resistenza», un'analisi che smonta l'uso propagandistico del termine «resistenza» da parte del vertice dirigente cubano e degli intellettuali affini al regime.
Landrove, dottore in Studi Mesoamericani presso l'Università Nazionale Autonoma del Messico e professoressa del Tecnológico de Monterrey a Querétaro, apre il testo con una dichiarazione netta: «Resistenza è uno di quei termini che ho finito per buttare nel cestino della carta».
Il punto di partenza dell'analisi è un aneddoto personale: le parole di un caro defunto che ha atteso troppo a lungo a digiuno per un esame medico. La frase che quel familiare pronunciò —«Questi singaos ci hanno insegnato a sopportare fino all'insopportabile»— serve all'autrice per illustrare come il regime abbia trasformato la resistenza in una malattia: «si resiste e basta, perché non c'è alternativa», scrive, senza un progetto ulteriore né un orizzonte verso cui dirigere gli sforzi.
Landrove contrappone questo uso cubano a due concetti alternativi: la «reexistencia» — un termine proveniente da studi sulle comunità indigene e afrodiscendenti che implica reinventare una forma di esistenza degna di essere vissuta — e la «resilienza», intesa come adattamento generativo individuale. Nessuno dei due, sostiene, descrive ciò che accade a Cuba, dove la resistenza serve alla cúpola per eludere la propria responsabilità nella sofferenza del popolo, attribuendo tutta la causalità all'imperialismo e all'embargo.
La autrice qualifica la dirigenza cubana come un'«élite parassita che ha divorato tutto e ucciso tutto», e sottolinea che la nozione di «resistenza creativa» —slogan coniato da Miguel Díaz-Canel— è «probabilmente l'unico contributo linguistico (e non necessariamente concettuale) che [il governante] ha dato al suo autodeciso intento di essere continuità».
Il contrasto che si delinea è rivelatore: a giugno, durante il Plenum del Partito Comunista, Díaz-Canel ha ammesso che «oggi la resistenza da sola non basta», per poi affermare, in un'intervista al quotidiano brasiliano Folha de Sao Paulo, che Cuba non stava collassando proprio grazie a quella stessa «resistenza creativa».
L'aggio punta anche contro i sostenitori internazionali del regime, ai quali accusa di costruire il proprio fervore attorno a un'astrazione «che non ha persone dentro». Cita come esempio la dichiarazione di qualcuno in Messico: «Cuba deve resistere, perché per me, Cuba è un simbolo a cui non possiamo rinunciare». Di fronte a ciò, Landrove conclude: «Coloro che resistono, in realtà non esistono per coloro che li richiedono come parte del racconto della rivoluzione invincibile».
Questo saggio si inserisce in un percorso continuo di analisi critica nel corso del 2026. A luglio, Landrove ha descritto Cuba come «un campo di concentramento»; a settembre ha denunciato coloro che difendono la dittatura come «complici dei nostri oppressori»; e a giugno aveva definito le riforme economiche di Díaz-Canel come promesse che arrivano «male e tardi», sostenendo che «il sistema non è riformabile».
Il testo viene pubblicato in un contesto di crisi umanitaria senza precedenti: Cuba avrà la peggiore caduta economica dell'America Latina nel 2026, con una contrazione del 10,3%, secondo le stime della CEPAL. I deficit nella generazione elettrica superano frequentemente i 2.000 MW e il paese ha subito otto collassi nazionali del Sistema Electroenergético Nacional dall'inizio del 2026. Sul piano repressivo, Prisoners Defenders ha documentato 1.372 prigionieri politici al 1° ottobre, inclusi minori di età.
Landrove chiude l'analisi con una dichiarazione di stanchezza collettiva: «I resistenti sono stanchi; chiedono, tanto per pietà quanto per giustizia, che finisca quella lunga notte del totalitarismo, che si possa finalmente vivere, senza pagare il prezzo di un'astrazione che ha già causato troppe tristezze».
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