
Lo scrittore holguinero José Poveda Cruz ha pubblicato questo venerdì sul suo profilo Facebook un testo intitolato «El Gran Hedor», una riflessione ironica e moralmente impegnativa sull'accumulo di rifiuti per le strade cubane e sulla rassegnazione collettiva che l'ha normalizzata.
«Mi sono dedicato in questi giorni a contemplare i cassonetti della città, un'attività poco consigliabile per coloro che conservano ancora qualche speranza nell'umanità», scrive Poveda Cruz, che a luglio ha avvertito che «anche le esigenze più elementari sembrano articoli di lusso nel paese.
I cassonetti descritti non sono eccezioni: sono sui marciapiedi, agli angoli, accanto agli alberi, davanti alle case. «Fai un passo e appare un cassonetto. Fai un altro passo e ne appare un altro. Giri l'angolo e lì c'è il terzo, come se la città avesse deciso di sostituire i suoi monumenti con accumuli di rifiuti», osserva l'autore.
Ciò che lo preoccupa di più non è la sporcizia in sé, ma l'indifferenza che la circonda: «I rifiuti hanno raggiunto quel momento sublime di accettazione sociale in cui smettono di essere considerati un problema per diventare paesaggio».
Per inquadrare la sua denuncia, Poveda Cruz si rifà a un preciso riferimento storico: il Grande Fetore di Londra del 1858, quando il fiume Tamigi, trasformato in una fogna, emanò un odore così intenso da arrivare fino al Parlamento britannico. La risposta fu la costruzione di una enorme rete fognaria progettata dall'ingegnere Joseph Bazalgette. Il contrasto con Cuba è il nucleo dell'argomento: «Gli inglesi, di fronte a una simile peste, non organizzarono una campagna per spiegare alla popolazione che doveva abituarsi all'odore. […] Costruirono fognature».
La soluzione cubana è stata un'altra: «E noi, nel frattempo, abbiamo scoperto una soluzione molto più economica: abituarci. Perché l'abitudine è il sistema fognario dei poveri». Secondo questa logica, la discarica alla fine acquisisce uno status permanente: «Ha il suo angolo, il suo orario, i suoi vicini e persino una certa stabilità lavorativa: ogni giorno riceve nuovi apporti».
L'argomento più profondo del testo punta a una degradazione morale: «Quello può essere il vero Grande Fetore. Non quello che proviene da una montagna di rifiuti, ma quello che inizia quando l'olfatto morale si abitua». E aggiunge: «Una società non inizia a regredire quando appaiono i primi cassonetti. Inizia a regredire quando qualcuno passa accanto a loro, li guarda, fa spallucce e continua a camminare. E dopo un po' di tempo, non li guarda nemmeno più».
Il testo arriva in un momento in cui la crisi dei rifiuti solidi a Cuba ha raggiunto livelli critici. A L'Avana, a febbraio del 2026, solo 44 dei 106 camion di raccolta erano operativi —circa il 41,5% della flotta—, mentre la capitale genera tra 24.000 e 30.000 metri cubi di rifiuti al giorno. Di fronte al collasso, il primo ministro Manuel Marrero ha convocato quel mese una giornata di pulizia di massa, dopo aver ammesso a fine 2025 il fallimento delle istituzioni nel risolvere la crisi.
Holguín, città natale dello scrittore, ha un peso simbolico particolare: è stata storicamente riconosciuta come una delle città più pulite di Cuba, distinzione che ha completamente perso. Nel corso del 2026 sono stati segnalati rifiuti in fiamme nei suoi quartieri, strade bloccate da rifiuti e fiumi trasformati in discariche. Mercoledì di questa settimana, un enorme cumulo di rifiuti vicino ai binari del treno a Las Tunas ha suscitato indignazione sui social media.
Il testo si unisce ad altre voci che nel 2026 hanno alzato la voce di fronte alla degradazione urbana e al pericolo rappresentato dalle discariche nelle vie pubbliche come focolai di malattie. Ad agosto, il poeta Juan Carlos García Guridi ha sentenziato che Cuba si era trasformata in «un paese di spazzatura».
Poveda Cruz conclude il suo testo con un'affermazione che funge al contempo da resistenza personale e da appello collettivo: «Per ora, almeno, mi resta quel piccolo lusso. Quello di indignarmi».
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