
Il cantautore Raúl Torres, deputato all'Assemblea Nazionale del Potere Popolare e uno dei volti più riconoscibili del ufficialismo culturale cubano, ha pubblicato questo domenica su Facebook un lungo testo in cui ammette, senza apparente consapevolezza del peso delle sue parole, che la popolazione cubana ha raggiunto un punto di estremo sfruttamento: «il popolo è lì a dare il suo ultimo respiro e riflusso di fiducia nei guidatori della rivoluzione».
Il post è un esercizio di equilibrismo ideologico che Torres ha trasformato nella sua specialità: denunzia la paralisi burocratica e la corruzione dei funzionari, chiede cambiamenti urgenti, ma si guarda bene dal toccare anche minimamente il sistema che lo sostiene e gli garantisce un seggio in parlamento.
Torres, che ha compiuto 60 anni a giugno, apre il testo con una dichiarazione che funge, involontariamente, da confessione: «Ho già 60 anni e ho vissuto bene e male, abbiamo avuto tempi di splendore e tempi di scarsità, ma mai come questo abbiamo avuto la verità». Successivamente, senza lasciar andare il salvagente ideologico, aggiunge di essere deputato «con grande orgoglio» e che difenderà sempre «il progetto rivoluzionario di Fidel, fa parte della mia vita, è un membro del mio corpo e dello spirito».
Fatte le debite riverenze, Torres passa a quello che lui definisce il diagnosticare: «è ora di implementare, di dare un colpo sul tavolo, di mandare via chi non ha ancora risolto e di mettere chi può risolvere, perché ci sono». E lancia il suo verdetto sui funzionari inefficienti: «Chi sta esitante, perdendo tempo, corrompendosi, oziano e creando confusione, deve andare fuori dalla porta più vicina».
Le soluzioni proposte dal trovador sono, a dir poco, pittoresche: «guajiros dediti alla produzione di ogni tipo di alimenti, che si arricchiscano»; «barche per cooperative che importino petrolio»; e «le strade per coloro che possano sistemarle e riscuotere pedaggi». Arriva a dichiarare che non gli importa «l'animale che ci aiuti a uscire da questo impasse, purché abbia nel cuore la rivoluzione, Fidel e Raúl». Una jutía, un granchio, un majá: qualsiasi cosa va bene, purché sia rivoluzionaria.
Il testo non sarebbe completo senza la sua dose di colpa esterna. Torres scrive che bisogna lamentarsi «del yanqui che è colpevole delle nostre disgrazie», anche se subito dopo riconosce che «quello che non farà assolutamente nessuno, né la Russia né la Cina, né il Congo né Singapore» devono farlo gli stessi cubani. Una lucidità a metà, troppo avvolta in slogan per risultare utile.
Il contesto che circonda il post rende le sue parole ancora più rivelatrici di quanto lui stesso intenda. Cuba accumula una contrazione economica superiore al 20% dal 2020, con una caduta del PIL proiettata tra il -6,5% e il -7,2% per quest'anno. I blackout superano le 20 ore giornaliere in molte aree. E centinaia di migliaia di cubani sono emigrati negli ultimi cinque anni.
Ese è il paese che Torres descrive «che sta esaurendo le ultime forze»: lo stesso che vota con i piedi mentre lui scrive su Facebook. Non è la prima volta che il trovadore ricorre a questo schema. A luglio ha chiesto ai dirigenti di «uscire dall'aria condizionata e calpestare la strada», commosso perché la banca dava appena 500 pesos per cliente. A giugno ha romantizzato la crisi con linguaggio pseudopoeico, parlando di «coraggio di restare in piedi quando la terra trema». E sempre a giugno ha attaccato il sacerdote Alberto Reyes Pías, uno dei pochi sacerdoti che nomina il regime come responsabile della sofferenza cubana.
Il post si chiude, come era inevitabile, con «Viva Cuba» e «Viva Fidel». La rivoluzione, secondo Torres, «si salva ora o si salva già». Ciò che non dice è da chi bisogna salvarla, né chi salverà il popolo che quella stessa «rivoluzione» ha schiacciato.
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