Vocero ufficiale «scopre» «quanto sia radicalmente difficile vivere a Cuba»

Pedro Jorge Velázquez (El Necio)Foto © FB/El Necio

Pedro Jorge Velázquez, il comunicatore cubano conosciuto come «El Necio» e difensore pubblico del regime per anni, ha annunciato questo domenica il suo ritorno sui social media dopo diversi mesi di assenza con un testo in cui, senza volerlo come autocrítica, ha finito per descrivere la stessa crisi che milioni di cubani denunciano da anni e alla quale lui ha contribuito a minimizzare.

La rivelazione è giunta avvolta in riflessioni sul suo mestiere: Velázquez ha spiegato che la sua pausa si è protratta «per quanto radicalmente difficile sia diventato vivere a Cuba —qualcosa che chiunque la viva conosce bene— giorno dopo giorno, dove le cose più basilari come avere acqua in bagno, freddo nel frigorifero, fresco nelle notti sono ora PROBLEMI, che comportano uno sforzo personale al quale nessuno era abituato».

L'uomo che è andato a Mosca ha pubblicato «poemi» a Fidel Castro dalla capitale russa e ha assicurato che in Russia c'è «ammirazione per Putin» dopo l'invio di truppe cubane; risulta che cammina anche in cerca d'acqua e va a casa di un'amica a trovare del ghiaccio.

«Esco un po' d'acqua e vado a casa di un'amica a fare del ghiaccio: chi mi conosce sa che non mento», ha scritto, come se la novità fosse sua e non di circa un milione di cubani che dipendono dai camion cisterna per rifornirsi.

Lo che Velázquez «scoprì» durante la sua pausa ha un nome e delle cifre: blackout di tra 20 e più di 40 ore consecutive, il 43,3% delle famiglie riceve acqua solo ogni tre giorni o meno, e 461 dei 651 farmaci essenziali esauriti nelle farmacie statali dal 2024.

Lo stesso Velázquez lo ammette senza mezzi termini: «Stiamo vivendo una crisi umanitaria grave. La gente soffre e si sacrifica per poter vivere, grida, suona il tamburo e si arrabbia; ma la gente va avanti anche con grinta e coraggio...».

Ma il propagandista non muore del tutto. Il testo non menziona in alcun momento la responsabilità del governo cubano in questa crisi. Al contrario, punta a «coloro che hanno previsto centinaia di sanzioni e una strategia di soffocamento su un popolo innocente, assassinare questa gioia», in un riferimento all'embargo che omette convenientemente sei decenni di dittatura come causa strutturale del disastro.

Un'altra perla del testo è il suo annuncio di indipendenza: «Mi allontano da qualsiasi obiettivo da raggiungere, da qualsiasi orientamento e da qualsiasi tentativo di ridurre la mia voce». La frase fa ricordare quando a febbraio del 2026, quando gli Stati Uniti gli imposero restrizioni sul visto per la sua presunta partecipazione a campagne di molestie contro i diplomatici statunitensi a Cuba.

Ha catturato l'attenzione anche la sua domanda retorica: «Che cosa si vive a Cuba nel 2026? C'è chi crede ancora che questa domanda possa essere risposta solo con la cartolina di un edificio che crolla, o con il blackout quasi eterno, o con i enormi cassonetti per i rifiuti per strada, o con la consigna/hashtag di turno che è stata lanciata, o con un nuovo SOS Cuba lanciato dalla folla di bot […] o con l'ultima promessa anch'essa disattesa». La lista, pronunciata da qualcuno che per anni ha attaccato chi descriveva esattamente questo, ha un sapore particolare.

La ONU ha lanciato nel 2026 un appello umanitario di 94 milioni di dollari per assistere circa due milioni di persone sull'isola, con un deficit di finanziamento superiore a 60 milioni lo scorso maggio: questa è la realtà che il comunicatore ha «scoperto» durante la sua pausa, la stessa che lui ha contribuito a oscurare per anni dalle sue piattaforme privilegiate.

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Redazione di CiberCuba

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