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Fino a poco tempo fa, Raúl Guillermo Rodríguez Castro -El Cangrejo-, era conosciuto più per le sue inclinazioni verso una vita comoda, bohémien e lussuosa, che per le sue doti di statista. Nipote di Raúl Castro, figlio della casta privilegiata che ha preso possesso di Cuba in nome dei poveri, appariva sui social media più vicino al "reparto" -sottogenere urbano cubano-, all'alcol, al ballo e al mondo della notte piuttosto che ai veri problemi di una nazione rovinata dalla sua famiglia.
In alcuni video è stato visto ubriaco, ballando, godendosi quella vita di privilegi che contrasta in maniera oscena con la fame, i blackout e la disperazione del popolo cubano.
Pero, di colpo, come se il Crustaceo fosse stato trasportato dal fondo del mare nei saloni bui del potere castrista, Il Granchio apparve trasformato in “negoziatore”. Non era più solo l'erede prediletto di una famiglia abituata a vivere al di sopra del resto dei cubani.
Ora si presenta come il delfino della famiglia Castro e eventuale interlocutore nei confronti degli Stati Uniti. Tutto ciò, ovviamente, senza un incarico ufficiale conosciuto, senza mandato popolare, senza elezione, senza legittimità, senza altra credenziale che il cognome.
Il fenomeno sarebbe comico se non fosse tragico. Cuba affonda tra blackout, fame, ospedali distrutti, salari miserabili, repressione politica e carceri piene di prigionieri di coscienza. La popolazione protesta sempre di più contro la mancanza di libertà e di pane. E nel mezzo della crisi arriva il Crustaceo che puzza di alcool e scandali, come statista preoccupato per il suo popolo.
Il confronto con Don Cangrejo, Eugene H. Krabs, il celebre personaggio di Bob Esponja, risulta inevitabile. Quel granchio rosso, proprietario del ristorante "Crustáceo Cascarudo", vive ossessionato dal denaro. Il granchio tropicale della dinastia Castro sembra aver trasferito la sua ossessione dalla vita bohemien all'ambizione politica.
Ya non è sufficiente ballare al ritmo della musica urbana; ora vuole ballare sul destino di milioni di cubani come fece Fidel Castro e ancora fa suo nonno. Non si accontenta della sua vita di lusso e desidera il trono e la continuità del castrismo. Sogna di diventare il Kim Jong-un di Cuba, il volto giovane di una vecchia e criminale tirannia familiare.
Il rifiuto della stragrande maggioranza dei cubani è evidente. Non vogliamo alcun Castro al potere. Ma la cosa più interessante è che il malessere non proviene solo dagli oppositori e dalla popolazione oppressa. Anche voci provenienti da zone generalmente obbedienti al regime si sono alzate.
Israel Rojas, di Buena Fe, una figura per anni associata alla difesa culturale del regime, ha reagito con una critica inusuale. Ha parlato di una situazione “indegna, ingiusta, indecorosa” e ha lasciato chiaro che non avrebbe prestato la sua militanza per giustificare tali cose. María del Carmen Hernández Carús, madre di Leticia Martínez Hernández, responsabile della Comunicazione del Palazzo della Rivoluzione, è stata ancora più diretta nel chiedere se qualcuno potesse “scendere dalla nuvola” a quel ragazzo e mandarlo a tacere. Il fotoreporter Kaloian Santos ha anche sottolineato la profonda delegittimazione che provoca vedere un erede privilegiato occupare spazi che presumibilmente spettano a istituzioni, funzionari e popolo.
Inclusa l'ambasciatrice cubana in Uruguay, Lissett Pérez, pur non criticando frontalmente il personaggio, ha cercato di ridurlo alla sua condizione di semplice custode di Raúl Castro. In altre parole, non lo ha presentato come statista, né negoziatore, né figura politica, ma come guardaspalle del nonno.
Se quelle voci, generalmente docili, obbedienti e servili, si mostrano critiche, che cosa staranno pensando i vecchi generali? Cosa sentiranno i colonnelli, i vertici, Manuel Marrero Cruz, Bruno Rodríguez Parrilla, Roberto Morales Ojeda, i ministri, i burocrati del Partito? Soprattutto, che cosa starà provando Miguel Díaz-Canel, quel "presidente" decorativo che ogni giorno sembra sempre più un attore secondario che legge un copione scritto da altri?
El Cangrejo mette a nudo la farsa istituzionale del castrismo. Mostra che dietro al presidente, al Parlamento, al Partito e alla Cancelleria, comanda ancora la famiglia. Ma mostra anche qualcos'altro: quella famiglia non impone più lo stesso timore riverenziale di una volta. Il trono scricchiola, la corte mormora, il popolo protesta e persino alcuni musicisti del palazzo scordano le note.
Tutto si allinea contro la dinastia castrocomunista e il popolo cubano comprende ogni giorno con maggiore chiarezza che la soluzione a una tragedia così grave non risiede in piccole riforme economiche né in un "granchio incantato", ma nel conquistare la libertà, democratizzare Cuba e mandare la famiglia Castro e tutti coloro che hanno vissuto schiavizzando la nazione nel cestino della storia.
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