Dal «Hombre Nuevo» all'«Hombre Muerto» in un paese oscuro: il toccante sonetto di un poeta cubano

Il poeta cubano Jorge Luis Mederos (Veleta) ha pubblicato un sonetto rivolto a José Martí in cui confessa la vergogna di sopravvivere in una Cuba senza luce né pane. Il verso finale rovescia l'ideale rivoluzionario del «Hombre Nuevo» per denunciare il suo totale fallimento sotto la dittatura. La poesia ha generato una intensa risposta tra scrittori, intellettuali e cittadini cubani.



Anciano a CubaFoto © CiberCuba

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Il poeta cubano Jorje Luis Mederos (Veleta) ha pubblicato giovedì un sonetto straziante sulla situazione dell'isola: quattordici versi rivolti a José Martí in cui confessa la vergogna di sopravvivere in una Cuba senza luce, senza pane e senza futuro.

Il poema interroga l'Apóstolo dell'Indipendenza con il suo nome completo —José Julián Martí Pérez— come interlocutore morale di fronte al quale il poeta si dichiara colpevole di esistere in un sistema che tradisce tutto ciò che Martí rappresentò.

Captura di FB/Jorge Luis Veleta Mederos

Mederos, nato nel 1963 a Santa Clara, costruisce il sonetto come una confessione in tre tempi, ogni strofa preceduta dalla stessa frase: «Che vergogna mi fa». Nel primo quartetto, la denuncia è materiale e diretta: «vivere come i traditori ai tuoi occhi / e prosperare in questa sorte di despojos / acceca la luce e rende caro il pane».

Il secondo quartetto trasforma la vergogna in qualcosa di esistenziale: «sopravvivere vinto, / io, che ho scommesso tutto su un impossibile: / essere un cubano in più, un oggetto disponibile / nelle mani della disattenzione e dell'oblio».

Il terzo movimento colpisce con un'immagine di intima resa: «non avere più né sogni né futuro, / masticare di nascosto il mio pane duro / e unirmi al giogo con l'anima tranquilla».

Ma è il verso finale quello che concentra tutto il peso storico del testo: «Fui l'Uomo Nuovo e ora sono la meta / dell'Uomo Morto e di un paese oscuro».

Il riferimento al «Hombre Nuevo» non è decorativo. Questo concetto fu formulato da Ernesto «Che» Guevara nel suo saggio «Il socialismo e l'uomo a Cuba» (1965) come il progetto antropologico centrale della rivoluzione: creare un essere umano mosso dalla solidarietà collettiva, non dall'interesse personale. Per decenni giustificò il sacrificio materiale di intere generazioni. Veleta lo rovescia con precisione: colui che fu plasmato come «Hombre Nuevo» è ora «Hombre Muerto», distrutto dallo stesso sistema che promise di forgiarlo.

I versi «ciega la luz e aumentato il pane» non sono una metafora: sono una descrizione letterale di Cuba nel 2026. Il deficit elettrico ha raggiunto più volte cifre superiori a 2.000 MW a maggio, giugno e nel mese corrente di luglio con black-out che superano le 24 ore giornaliere. Il riso supera i 400 pesos al chilo nel mercato informale, a fronte di salari statali che non arrivano a 7.000 pesos mensili. Il 33,9% delle famiglie ha riportato che almeno una persona è andata a dormire affamata nei 30 giorni precedenti a un sondaggio di maggio, e l'89% della popolazione vive in povertà estrema.

Este sonetto fa parte di un ciclo poetico sul collasso cubano che Veleta sta costruendo da mesi: ad aprile ha pubblicato «Un paese dove scappano i poeti» e «Non voglio che bombardino il mio paese»; a maggio, «Quattro semplici passi per uccidere un uomo».

La risposta sui social è stata immediata. Scrittori, intellettuali e cittadini hanno reagito con parole che oscillavano tra l'ammirazione e il dolore. Un scrittore riconosciuto ha scritto: «Non mi sbaglio, tu sei la voce di un popolo che agonizza». Una filosofa e attivista ha riassunto la sua lettura in una parola: «Demolente». Un poeta lo ha definito «Insuperabile».

Un commentatore ha osservato che «l'uomo nuovo è morto prima di nascere» e che «la poesia si nutre delle epoche più crudeli e delle crisi più acute». Una lettrice ha offerto un'interpretazione più speranzosa: «Che vergogna e che dolore; ma c'è un errore, poeta, la tua anima non è legata al giogo nella quiete; svolazza, attacca, sfida e si aggrappa ai tuoi versi come un machete liberatore».

Un'altra voce tra i lettori lo ha detto con semplicità: «La Patria è nei tuoi versi, abbracci poeta, ci rimane solo la speranza».

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