El pianista e compositore cubano Omar Sosa ha lanciato un potente appello all'unità, utilizzando il proverbio della tradizione afro-cubana: «Un solo palo non fa monte». Lo ha fatto in un'intervista con Tania Costa, intorno al 20 maggio 2026, una data ricca di simbolismo per l'esilio cubano e i settori che attendono una transizione politica nell'isola.
Sosa, nato a Camagüey nel 1965 e residente fuori da Cuba dal 1993, è stato diretto e senza mezzi termini: «Sorelle, se non ci uniamo non cambia nulla. E non si tratta solo di parlare, ma di dire che la strada è questa, camminiamo su questa strada, in questa direzione, ognuno dalla propria trincea, ognuno dalla propria barricata».
Il musicista ha riconosciuto di solito non esprimersi su questi temi, ma che la realtà quotidiana lo spinge a farlo: «Non parlo spesso di questo argomento, ma ogni giorno, per esempio a casa mia, ci sono colleghi che mi chiedono: e che cosa succederà domani?»
Ciò che rende particolarmente significativo il suo messaggio è che Sosa non lo rivolge solo agli altri. «Quando parlo, non ti sto solo dicendo qualcosa, lo sto dicendo a me stesso», ha ammesso, in un gesto di umiltà che conferisce peso morale alle sue parole.
Per descrivere l'angoscia condivisa della diaspora cubana, il musicista ha utilizzato un'immagine poetica: «C'è una parte del cuore che piange costantemente e un'altra che sa asciugare quella lacrima. Una mano va all'altra e l'altra va all'altra».
Il richiamo all'unità di Sosa avviene in un contesto di rinnovate aspettative di cambiamento politico per Cuba, sostenute da iniziative dell'esilio organizzato a Miami —come il «Accordo di Liberazione», con proposte per la liberazione di prigionieri politici, stabilizzazione e elezioni libere— e da una crescente pressione da parte di funzionari statunitensi sul regime cubano.
La situazione di artisti incarcerati come Luis Manuel Otero Alcántara, leader del Movimento San Isidro condannato a cinque anni di reclusione nel giugno 2022 e la cui condanna scade il 9 luglio 2026, attira anche l'attenzione della comunità artistica e dei diritti umani.
Sosa, che si definisce «cittadino del mondo in questo momento della mia vita, 61 anni», ancor il suo messaggio nella tradizione yoruba e afrocubana che ha guidato la sua vita come emigrante per oltre quattro decenni. Suo padre era palero —praticante della religione afrocubana di origine congolegna Palo Monte—, e quella eredità spirituale è il fondamento da cui interpreta la necessità di unità.
«La mia tradizione è ciò che mi ha sostenuto emotivamente in una realtà in cui mi sono sentito e mi sento un emigrante ovunque vada», ha spiegato il musicista, nominato sette volte ai Grammy e Latin Grammy per i suoi dischi di jazz latino.
«Essere religiosi dalla prospettiva di credere nel mondo ancestrale, di credere nell'età dei nostri spiriti e dei nostri antenati che tracciano un cammino, è ciò che ha fatto sì che con dignità arrivi allo stesso modo a Hong Kong, a Tokyo e a Madrid e dica: questa è Cuba anche», concluse Sosa, sintetizzando in una sola frase l'identità che porta con sé ovunque agisce nel mondo.
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