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Il saggista e narratore cubano Enrique del Risco ha pubblicato questa settimana nella rivista digitale In-cubadora il saggio «Quiero verte dormir», inserito nel dossier collettivo «Cuba y sus futuros», un testo che analizza con lucidità ironica la situazione attuale dell'isola, i cicli storici di speranza e frustrazione, e delinea una mappa di avvertimenti per una eventuale transizione democratica.
Il detonante politico del saggio è la cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, operazione nella quale morirono 32 guardie del corpo cubane, evento che Del Risco descrive come una «repentina esibizione di forza» che ha riattivato il vecchio sistema di speculazioni sul futuro cubano.
A ese detonante si sono aggiunte le dichiarazioni del presidente Donald Trump, citate da Del Risco con ironia: «Un nuovo mattino per Cuba arriverà molto presto. Ci occuperemo di questo»; «Sarebbe un grande onore per me prendere Cuba… Abbiamo Cuba, e prenderemo Cuba. Lo faremo dopo l'Iran».
Ma l'esegettore invita alla cautela: l'esperienza dei cicli precedenti —la Perestrojka, la caduta del Muro di Berlino, il Periodo Speciale, il «disgelo» di Obama— invita a non farsi illusioni riguardo a un cambiamento reale nell'Isola, sebbene riconosca che «non ci sono mai state così tante speranze e così tanta urgenza» come adesso.
Per descrivere la Cuba di oggi, Del Risco ricorre a dati che parlano da soli: l'esodo post-11J supera il milione di persone, cifra che sminuisce i 125.000 del Mariel nel 1980 e i 35.000 della crisi dei balseros nel 1994, e che ha ridotto la popolazione cubana da undici milioni a meno di nove, lasciando una società più invecchiata e impoverita.
Nel frattempo, il conglomerato militare GAESA accumula attivi superiori ai 18.000 milioni di dollari, e il regime investe la maggior parte del bilancio in hotel semivuoti mentre la salute, l'istruzione e la cultura non superano insieme il 3% della spesa pubblica.
Il saggio fonda i suoi argomenti sul sondaggio di El Toque, chiuso il 1° maggio con oltre 42.000 risposte, delle quali il 58% proveniva da persone residenti a Cuba, soggette a forti restrizioni di connettività.
I risultati sono chiari: il 94% dei cubani è «molto insoddisfatto» del sistema di governo, il 96% considera urgente un cambiamento politico, l'80,1% desidera passare a una democrazia liberale di mercato e l'82,2% identifica la mancanza di libertà civili e politiche come il principale problema, mentre solo il 4,7% attribuisce le difficoltà all'embargo statunitense.
Più rivelatore ancora: il 60.9% supporta un intervento militare diretto da parte degli Stati Uniti e il 64.9% sostiene il rovesciamento del governo «con qualsiasi mezzo necessario, inclusa la via armata».
Del Risco interpreta questi numeri non come un segno di speranza, ma di disperazione: un sondaggio che offre un'idea della situazione di «un paese condannato a morte —nel presente— dal suo regime politico».
L saggista avverte anche che il popolo cubano corre il rischio di essere «messo da parte» mentre i suoi oppressori si accordano con i loro aspiranti liberatori, come avvenne nel 1898 con il Trattato di Parigi o nel 1961 con lo sbarco nella Baia dei Porci.
Di fronte a coloro che propongono di rendere illegale il Partito Comunista come primo atto della futura democrazia, Del Risco risponde che sarebbe «comprensibile e allo stesso tempo sciocco e controproducente» in una società dove il 10% della popolazione adulta apparteneva al partito: «pretendere che con l'illegalizzazione di un partito si estirpi per sempre quella possibilità di male è come pretendere di abolire i tumori cancerogeni con colpi di decreti presidenziali».
Le sue raccomandazioni per la Cuba del domani sono, per lo più, negative: non aspirare alla purezza ideologica, evitare metodi radicali, diffidare dei messia carismatici, proteggere le minoranze e l'individuo, e riconoscere il ruolo della diaspora nella ricostruzione senza che tale relazione sfoci in abuso.
L'analisi si chiude con l'immagine del musicista Raúl Ciro e la sua canzone «Villa de París», in cui l'artista augurava al paese un momento di riposo dopo decenni di frenesia storica: «voglio vederti dormire, Cuba». Del Risco fa propria quella frase come conclusione: «Di questo si tratta in primo luogo, di garantire a quella povera isola un istante di riposo».
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