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Il governante cubano Miguel Díaz-Canel ha assicurato di non temere per la propria sicurezza personale in un contesto di tensioni crescenti con gli Stati Uniti, una dichiarazione che suona più come una sfida retorica che come una valutazione realistica dello scenario che il suo stesso regime deve affrontare.
La frase, pronunciata davanti a Newsweek, arriva in un contesto in cui Washington ha recentemente dimostrato la sua capacità di intervento diretto. “Non sono preoccupato per la mia sicurezza personale. La direzione della rivoluzione è collettiva”, ha affermato il primo segretario del Partito Comunista.
Le operazioni in Venezuela e in Iran non evidenziano solo una superiorità militare, ma anche la capacità di eseguire azioni rapide contro il nucleo del potere di governi avversari.
Il caso venezuelano risulta particolarmente scomodo per La Habana. La cattura di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 ha rivelato le debolezze di un sistema di protezione che, sulla carta, sembrava robusto.
Il suo anello di sicurezza —strutturato in più strati con la presenza di personale cubano— è crollato in poche ore di fronte a un'operazione di alta precisione, nonostante le recenti affermazioni del governante che "hanno contenuto" la Delta Force degli Stati Uniti.
Decine di membri della scorta sono morti —32 secondo cifre ufficiali—, inclusi effettivi cubani integrati nei livelli più sensibili di protezione.
La lezione è stata chiara: né l'esperienza nel controllo interno né gli schemi di sicurezza progettati per minacce interne resistono a un'intervento di alto livello tecnologico.
In Cuba, la protezione di Díaz-Canel è a carico della Direzione della Sicurezza Personale (DSP), un'unità del ministero dell'Interno (MININT) incaricata di tutelare fisicamente l'élite del potere.
Si tratta di un corpo altamente specializzato, discreto e selezionato per lealtà politica, integrato in un sistema più ampio dove la Sicurezza dello Stato controlla l'intelligence e la prevenzione dei rischi.
Non ci sono cifre ufficiali riguardo alle sue dimensioni o al budget, ma gli analisti concordano sul fatto che si tratta di una struttura ridotta —di centinaia o poche migliaia di effettivi— progettata per proteggere i dirigenti, non per affrontare operazioni militari straniere.
In questo contesto, l'affermazione di Díaz-Canel riguardo alla presunta direzione “collettiva” del sistema politico cubano genera anche scetticismo.
Anche se formalmente il potere si presenta come condiviso, nella pratica il potere continua a gravitare attorno al nucleo storico del regime, con una forte influenza dell'ambiente di Raúl Castro e delle strutture militari.
Questa realtà introduce un elemento chiave: la figura di Díaz-Canel non è necessariamente insostituibile all'interno del sistema. In un contesto di pressione estrema o negoziazione, la sua continuità potrebbe dipendere da decisioni prese da quel nucleo di potere, più che dalla sua volontà.
Così, mentre il governante cubano cerca di proiettare fermezza nei confronti degli Stati Uniti, i recenti precedenti nella regione e la natura del sistema stesso che guida suggeriscono un panorama molto più incerto.
La sua sicurezza personale, lungi dall'essere garantita, dipende da fattori che si sono dimostrati fragili di fronte a un intervento su larga scala.
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