
Video correlati:
Un murale gigante inaugurato questo domenica nel Parco José Raúl Capablanca, nel Reparto Almendares del municipio Playa, L'Avana, interroga direttamente i cubani con una domanda che non ammette neutralità: "Da che parte del filo si trova?"
La creazione è un dono dell'artista cileno Sebastián "Ratavirus", giunto all'Avana da Valparaíso, ed è stata realizzata in una settimana di intenso lavoro insieme agli artisti cubani Yurelsy Villalón George, Pablo Francisco, Félix Aguilar e Néstor Martínez.
Il murale rappresenta una figura maschile con tratti afrocubani, di corporatura robusta, che estende il braccio verso lo spettatore con un machete in mano, su uno sfondo nero.
Il simbolismo è deliberato: il machete rimanda ai mambises, i guerriglieri creoli e afrodiscendenti che hanno combattuto per l'indipendenza di Cuba contro la Spagna nelle guerre dal 1868 al 1898, machete alla mano, chiedendo libertà, non socialismo né comunismo.
Quella domanda rimanda anche a una logica profondamente radicata nella narrativa ufficiale: quella di costringere a prendere posizione. Una dicotomia conosciuta a Cuba come "Patria o morte", dove non c'è spazio per sfumature: o sei con il sistema o sei considerato un nemico.
¿O sarà che il murale sarà un invito alla lotta per l'indipendenza, ancora una volta?
Il machete esteso può essere interpretato anche come una linea divisoria simbolica, che evoca le fratture all'interno della stessa nazione.
Suggerisce una Cuba divisa tra coloro che rimangono sull'isola e coloro che l'hanno lasciata, ma continuano a essere legati al suo destino.
La giornalista Ania Ortega, che ha coperto l'inaugurazione in due pubblicazioni su Facebook, ha sottolineato quel legame storico e ha lanciato la sua personale riflessione: "Spetta quindi a noi prenderci cura di Cuba. E questo dipende da ognuno di noi."
Il'origine del murale ha una dimensione particolarmente significativa: è stata una richiesta personale dell' ex presidente uruguaiano José Mujica, scomparso a maggio 2025, che ha detto all'artista cileno: "se vai a Cuba, lascia qualcosa a mio nome".
Mujica, figura storica della sinistra latinoamericana, aveva criticato apertamente negli ultimi anni il modello socialista cubano, affermando che "non serve questo" riguardo al sistema del partito unico.
Ratavirus, che ha lasciato murales in Europa e in Sud America con tematiche di giustizia sociale —le Nonne della Plaza de Mayo in Argentina, le lotte del popolo palestinese, un Allende a Santiago del Cile— non ha nascosto la sua posizione: "io sono dalla parte del popolo, sono parte e provengo dal popolo", conosco le lotte mapuche".
Descrisse i cubani come "caldi, gentili, che danno ciò che hanno e anche ciò che non hanno" e promise di tornare sull'isola.
La frase del murales ha immediatamente scatenato un dibattito sui social media.
Raul Ernesto Gutierrez García la ha associata con il programma di propaganda statale "Con Filo", uno dei più criticati e con minore ascolto della televisione cubana, creato nel 2021 come risposta mediatica alle proteste dell'11 luglio — e con gli scacchi, per il nome del parco in onore del campione mondiale José Raúl Capablanca.
Ortega rispose con fermezza: "Non hai capito. Hai voluto associarlo a quel programma di cui parli, ma che l'artista NON CONOSCE né ha idea che esista. Il nome del parco è estraneo all'argomento. E gli scacchi ce li hai tu nella tua testa."
La tensione interpretativa rivela qualcosa di più profondo: a Cuba, la sola parola "filo" attiva automaticamente l'associazione con lo spazio propagandistico del regime, il che dice molto sul peso che la macchina mediatica ufficiale è riuscita a imporre nell'immaginario collettivo.
Ma il machete del murale non punta verso la rivoluzione del 1959: punta verso la storia di coloro che hanno lottato per la libertà molto prima, e chiede a ogni cubano da che parte sta.
Archiviato in: