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Il viceministro degli Affari Esteri di Cuba, Carlos Fernández de Cossío, ha categoricamente negato questo mercoledì che esistano conversazioni segrete o di alto livello tra Washington e L'Avana per accordare una transizione politica nell'isola.
El diplomatico del regime cubano ha definito "pettegolezzi" le voci che indicano la partecipazione di familiari di figure rilevanti del regime in presunti negoziati riservati con il governo statunitense.
In un'intervista con La Jornada, Fernández de Cossío ha assicurato che tali versioni “funzionano come una cortina di fumo” per nascondere —secondo lui— la responsabilità degli Stati Uniti nel “criminale strangolamento energetico” che sta attraversando Cuba, aggravato dal recente ordine esecutivo del presidente Donald Trump che sanziona i paesi che esportano carburante verso l'isola.
“Ci sono voci che servono a distrarre l'opinione pubblica dal vero crimine: le misure crude e disumane di Washington contro il popolo cubano”, ha affermato il diplomatico, che da principio di febbraio è diventato la voce più visibile della cancelleria cubana.
Un smentito con nome e contesto
Le parole di Fernández de Cossío rispondono direttamente a versioni diffuse nei media internazionali e nell'exile cubano che indicano il colonnello Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro, come presunto interlocutore in contatti riservati con rappresentanti della CIA e funzionari statunitensi in Messico.
Secondo quei rapporti —non confermati ufficialmente—, le conversazioni avrebbero come obiettivo esplorare meccanismi di transizione controllata, mirati ad alleviare le sanzioni economiche e ad aprire settori strategici all'investimento americano senza un collasso totale del sistema politico.
Tra i mezzi che hanno riportato queste versioni ci sono ABC Internacional, El Colombiano e piattaforme dell'esilio a Miami, che fanno riferimento a incontri tenutisi nel territorio messicano sotto la mediazione di funzionari del governo di Claudia Sheinbaum.
Anche se nessuna fonte diplomatica statunitense o messicana ha confermato questi contatti, il rumore è iniziato a circolare dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi a Caracas, un evento che ha riconfigurato la mappa del potere regionale e ha messo Cuba sotto crescente pressione geopolitica.
Consultato al riguardo, Fernández de Cossío è stato categorico: “Non è vero che ci siano colloqui tra familiari di chiunque rappresenti il governo cubano con gli Stati Uniti. Il Messico non sta svolgendo alcun ruolo di questo tipo. La sua relazione con Cuba è di amicizia e solidarietà, non di mediazione politica.”
Il funzionario ha aggiunto che "attualmente non ci sono conversazioni di alto livello" tra L'Avana e Washington, sebbene abbia riconosciuto l'esistenza di "scambi di messaggi", il che conferma contatti diplomatici informali ma senza un tavolo di dialogo stabilito.
Dalla negazione al contrattacco diplomatico
Nelle sue dichiarazioni, Fernández de Cossío ha paragonato le sanzioni americane a pratiche coloniali: "L'oppressore incolpa lo schiavo per non obbedire a sufficienza. Questo comportamento è simile a ciò che gli Stati Uniti fanno con Cuba."
Il viceministro, che ha partecipato al processo di pace tra il governo colombiano e le FARC, ha sostenuto che la politica di Washington mira a "soffocare" la popolazione e a restringere la sovranità di altri paesi imponendo con chi possono commerciare.
"Culpare Cuba del blocco è cinico e mendace", ha detto. "Quello che fa gli Stati Uniti con il suo veto al combustibile è una minaccia per tutto il mondo".
Fernández de Cossío ha anche negato che il regime sia diviso o che ci siano fratture interne che possano portare a una transizione.
"Cuba non è un dominio degli Stati Uniti né di alcun altro paese. È uno Stato sovrano. Pensiamo che un dialogo con il presidente Trump possa essere possibile, ma sempre nel rispetto e nell'uguaglianza", ha aggiunto.
Il nuovo volto del discorso ufficiale
Le parole del viceministro non arrivano nel vuoto. Sin dall'inizio di febbraio, Fernández de Cossío ha guidato una intensa offensiva mediatica che include interviste con CNN, The Economist e ora La Jornada, oltre a messaggi sui social media rivolti alla stampa internazionale.
In quella sequenza di interventi, il diplomatico ha ripetuto i medesimi tre assi narrativi: negare qualsiasi avvicinamento formale agli Stati Uniti, attribuire la crisi interna al “blocco imperialista” e rivendicare il sistema socialista come garante di giustizia ed equità.
Il suo discorso, secondo gli osservatori, segna un cambiamento nell'apparato comunicativo del regime: da un silenzio difensivo a una strategia offensiva per recuperare l'iniziativa narrativa nel contesto dell'isolamento internazionale e della crescente critica all'interno dell'isola.
In parallelo, figure del governo e dei media ufficiali si sono schierate attorno al racconto di Fernández de Cossío. Tuttavia, al di fuori dell'apparato statale, le sue dichiarazioni sono state accolte con scetticismo.
Fernández de Cossío è diventato la voce di una diplomazia che cerca di proiettare forza in mezzo al collasso, mentre cerca di nascondere con dichiarazioni altisonanti le crepe interne di un sistema che si trova, forse per la prima volta in decenni, di fronte al rischio di rimanere senza energia — né politica, né elettrica — per sostenersi.
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