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Per oltre venticinque anni, gli organismi di Diritto Internazionale e di Diritti Umani non sono stati efficaci in Venezuela. I suoi abitanti hanno trascorso un quarto di secolo a chiedere alla comunità internazionale di intervenire affinché i loro diritti umani fossero restaurati. Venticinque anni! E la risposta? Come dice il testo di una canzone di Alberto Cortez: “Scattò l’allerta… furono emanate norme”. Hanno voltato le spalle o si sono accontentati di emettere documenti che invitavano al “dialogo tra le parti”. Sfortunatamente, l'attuale struttura a tutela dei diritti umani e del diritto internazionale non ha funzionato.
Non c'era modo. Non c'era possibilità.
Non è stato per mancanza di impegno da parte dei venezuelani. Tra il 2000 e il 2020 hanno effettuato più di 100.000 proteste. Sì, 100.000!, rivendicando i loro diritti, alcuni così elementari come la fornitura di acqua, elettricità o gas, o il diritto di decidere come educare i propri figli, ricevere assistenza sanitaria, al rispetto della proprietà privata e a elezioni libere e giuste.
Ma questo film lo avevamo già visto in bianco e nero. La risposta del regime è stata la stessa che abbiamo visto tante altre volte: la criminalizzazione della protesta, i desaparecidos, il ritorno dei prigionieri politici, processi ingiusti e tutto ciò che è tipico di queste situazioni. Per quanto malvagi possano essere stati, i chavisti soffrono di una grande mancanza di creatività e non hanno mai portato nulla di nuovo al repertorio originato dalla più grande delle Antille.
Come in Cuba durante l'epoca del Progetto Varela guidato da Oswaldo Payá, anche l'opposizione venezuelana ha fatto appello a tutte le risorse previste dalle proprie leggi per tentare, con ogni mezzo, di recuperare la propria democrazia. E con lo stesso successo. La partecipazione o meno ai processi elettorali del chavismo è stata una fonte permanente di divisione interna. Dall'attivazione del referendum revocatorio contro Hugo Chávez nel 2003, passando per la partecipazione elettorale sotto inabilitazioni arbitrarie, restrizioni in campagna e aggressioni ai propri leader, fino a prendere parte a offerte di dialogo i cui accordi sono stati sistematicamente violati dal regime, per arrivare infine a dimostrare il broglio elettorale di Nicolás Maduro nel 2024, quando il Consiglio Nazionale Elettorale lo ha proclamato vincitore senza mostrare risultati.
A livello internazionale, hanno denunciato gli abusi davanti a organismi come la Corte Interamericana dei Diritti Umani, l'Organizzazione delle Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale. In risposta, il regime ha ignorato o screditato gli avvertimenti, si è ritirato dal sistema interamericano e ha minacciato di fare lo stesso dinanzi alla CPI, dove il caso venezuelano aspetta da dieci anni un pronunciamento. Dieci anni! Lo stesso organismo che ha agito con rapidità contro Benjamín Netanyahu, sotto pressione dal progressismo e dalla sinistra internazionale.
Il 3 gennaio 2026 segna un punto di svolta che smaschera l'ipocrisia e l'incapacità di far valere le leggi e le normative internazionali proclamate da organizzazioni internazionali e alcune ONG.
In quel contesto, l'unico che ha deciso di agire oltre a dichiarazioni ben intenzionate ma vuote è stato Donald Trump. Lo ha fatto perché comprende che il Venezuela è diventato una minaccia reale per la sicurezza emiferica e per gli Stati Uniti.
Forzare l'emigrazione di quasi otto milioni di persone, con il enorme impatto sociale ed economico che ciò comporta per i paesi ospitanti, e infiltrare tra quei migranti membri di bande criminali e corpi paramilitari per generare instabilità in governi considerati non alleati, è una realtà. Si tratta di una replica del modello della fallita rivoluzione cubana, da cui il chavismo ha sempre dipeso e che oggi sopravvive grazie ai sussidi di nemici degli Stati Uniti.
Il presidente Donald Trump, dopo aver esaurito le vie negoziali, le risorse diplomatiche e la pressione economica e politica, ha optato per un'intervento che punta su alta efficienza, basso costo e molteplici benefici per il Venezuela, l'emisfero e gli Stati Uniti.
La somiglianza con Panama nel 1989 risiede nella giustificazione legale basata sul narcotraffico e sulla criminalità piuttosto che in una dichiarazione formale di guerra. Tuttavia, le differenze sono profonde. A Panama si cercò di distruggere le forze militari. In Venezuela, la struttura militare è stata volutamente mantenuta intatta per evitare il collasso totale di uno Stato già indebolito prima dell'intervento.
Trump, partendo dalla premessa che gli Stati Uniti sono il leader della regione, ha scelto questa opzione per sostenere la ripresa economica del Venezuela, passo essenziale per ristabilire una democrazia solida. È un modello abbastanza simile, ma non identico, a quello già applicato con successo nella ricostruzione dell'Europa e del Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da qui la decisione di lasciare temporaneamente Delcy Rodríguez come presidente incaricata, in conformità con l'ordinamento giuridico venezuelano.
È vero che le condizioni sono diverse. In Venezuela non c'è stata una guerra, il che rende ancora più crudele una crisi progettata copiando il fallimento cubano. La sua debacle è stata orchestrata da un progetto politico che ha smantellato la democrazia, distrutto le infrastrutture, attaccato il tessuto produttivo, costretto alla fuga i talenti e depauperato le conoscenze. Basti ricordare il licenziamento di 20.000 professionisti altamente qualificati da PDVSA nel 2002.
Per il bene del Venezuela, dell'America Latina e degli Stati Uniti, speriamo che il modello adottato in questo momento storico abbia successo. Come avvocato, vorrei scrivere che gli organismi internazionali hanno reagito, hanno ascoltato tutte le parti e hanno agito conforme al diritto. Sfortunatamente, la verità è un'altra.
Non siamo nemmeno ingenui. Il Venezuela è strategicamente importante. Possiede le maggiori riserve provate di petrolio del mondo, importanti giacimenti di gas, le maggiori riserve d'oro dell'America Latina e abbondanti risorse di ferro e bauxite.
Inoltre, dispone di una rilevante dotazione di terre rare, minerali critici sempre più necessari per l'economia globale e l'industria tecnologica avanzata, oggi dominata dalla Cina.
Oltre agli interessi economici, il Venezuela è importante come alleato e non come fattore di turbamento emisferico. È importante perché il narcotraffico minaccia la vita di milioni di americani. È importante perché 30 milioni di persone hanno sofferto per quasi tre decenni sotto un regime tirannico.
Prima del chavismo, il Venezuela era uno dei più solidi alleati degli Stati Uniti. Era un fornitore affidabile di petrolio in momenti chiave e il suo sviluppo energetico si basava sugli investimenti e sulle conoscenze delle aziende statunitensi.
Quando gli organismi internazionali non riescono a far rispettare le proprie carte dei diritti, qualcosa non va. Se il Diritto Internazionale è incapace di perseguire personaggi come Nicolás Maduro, che ballava in diretta nazionale mentre massacra il suo popolo, allora qualcosa non va bene. Se i diritti umani che contano sono quelli del regime che ha mantenuto più di mille prigionieri politici e una cifra simile di scomparsi, allora qualcosa non va affatto.
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