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La provincia di Las Tunas ha avviato questo lunedì una campagna di disinfestazione per tentare di fermare l'espansione del mosquito Aedes aegypti, in un contesto epidemiologico sempre più critico per l'aumento costante dei casi febbrili, dengue e chikungunya.
Durante una riunione con le principali autorità del Partito e del Governo, la dottoressa Yumara Acosta García, direttrice ad interim della Direzione Generale della Salute, ha riconosciuto che la provincia affronta una “alta complessità sanitaria”, segnata dalla circolazione simultanea di diversi virus, dai virus respiratori a quelli trasmessi dalle zanzare, ha pubblicato Tiempo 21.
La funzionaria ha confermato la presenza attiva del chikungunya, malattia che si aggiunge al dengue e a un “aumento notevole dei sindromi febbrili negli ultimi 21 giorni”, situazione che ha costretto a riorganizzare sia i servizi ospedalieri che l'assistenza primaria in tutti i comuni.
La campagna di disinfestazione darà priorità ai territori con la maggiore incidenza di casi sospetti: Las Tunas, indicata come la più colpita; Puerto Padre; Majibacoa e Jobabo, mentre successivamente si aggiungerà Amancio.
Come accade spesso, le autorità locali non hanno fornito dati precisi sul numero di contagi, ricoveri o decessi, in un contesto nazionale caratterizzato da un'informazione ermetica e dal sovraccarico del sistema sanitario.
Tuttavia, il riconoscimento ufficiale della circolazione di chikungunya a Las Tunas conferma la gravità di un focolaio che ha già messo in allerta sanitaria buona parte del paese.
Il regime ammette il discontrollo delle arbovirosi a Cuba, ma risponde con slogan e propaganda
Il regime cubano ha finalmente riconosciuto ciò che milioni di cittadini stanno denunciando da mesi: il paese sta vivendo un'epidemia fuori controllo.
Tuttavia, invece di ammettere la propria responsabilità e adottare misure efficaci, il governante designato Miguel Díaz-Canel è tornato a ricorrere alla formula abituale del sistema: riunioni in televisione, discorsi trionfalistici e promesse vuote avvolte in retorica scientifica.
“Lavoreremo su questa epidemia come si è lavorato sulla COVID-19”, ha dichiarato Díaz-Canel durante un incontro tenutosi martedì scorso nei saloni del Palazzo. La frase, invece di ispirare fiducia, provoca brividi in una popolazione che ricorda il caos, la censura e il segreto che hanno caratterizzato la gestione della pandemia a Cuba.
Un'ammissione che arriva tardi e male
Il rapporto ufficiale stesso ammette l'entità del problema: 38 comuni con trasmissione attiva di dengue, oltre 21.000 casi di chikungunya e focolai febbrili in 68 comuni del paese. Le cifre, sebbene ritoccate, riflettono un’espansione a livello nazionale.
Nonostante ciò, il governo insiste sul fatto che la situazione “è migliorata” nelle ultime settimane, una narrativa scollegata dalla realtà vissuta dagli ospedali al collasso, dai quartieri infestati da zanzare e dalle famiglie che improvvisano trattamenti senza medicinali né assistenza medica.
Invece di riconoscere la mancanza di fumigazione sistematica, la scarsità di reagenti e la carenza di personale sanitario —frutto dell'esodo massivo di medici e infermieri—, il regime torna a incolpare la “indisciplina della popolazione” e fa appello alla “partecipazione comunitaria”, un eufemismo con cui scarica la propria inefficienza sui cittadini.
Propaganda invece di gestione
Il reportaggio della Presidenza cubana è un esempio pratico di come la propaganda sostituisca l'informazione pubblica.
Ogni paragrafo ripete slogan di "intersettorialità", "disciplina" e "scienza rivoluzionaria", ma non offre un solo dato verificabile su mortalità, ricoveri ospedalieri o disponibilità di materiali.
Mentre la dottoressa incaricata della sorveglianza antivettoriale riconosce che “non si è riusciti a raggiungere tutti i luoghi” a causa della mancanza di attrezzature, carburante o personale, il testo si affretta a mettere in risalto la “preparazione delle brigate” e la “qualità del lavoro”, come se il discorso fosse sufficiente a sterminare zanzare o curare malati.
L'insistenza nel "affrontare l'epidemia come la COVID-19" risulta quasi sarcastica: quella gestione ha portato a migliaia di morti non riconosciute, ospedali collassati, mancanza di ossigeno e repressione contro medici e cittadini che denunciavano la realtà. Oggi, la storia si ripete, con nuove malattie e le stesse menzogne.
Sebbene l'articolo ufficiale non lo menzioni in modo esplicito, il linguaggio utilizzato —con insistenza sull'“isolamento domestico”, sull'“ingresso nell'abitazione” e sulla “disciplina dei pazienti”— suggerisce che il governo di Díaz-Canel potrebbe stare preparando il terreno per decretare confinamenti parziali o selettivi nelle zone con il maggior numero di contagi.
Non sarebbe la prima volta che il regime ricorre a misure restrittive sotto il pretesto sanitario: durante la pandemia di COVID-19, la "disciplina sociale" è stata sinonimo di controllo territoriale, repressione e sorveglianza di quartiere.
Il parallelismo con quel discorso anticipa la possibilità di chiusure nascoste, militarizzazione dei quartieri e limitazioni alla mobilità in nome del “monitoraggio epidemiologico”.
Cecità istituzionale e opacità informativa
L'opacità è ormai una parte strutturale del sistema sanitario cubano. Non esiste accesso pubblico ai dati reali di incidenza, mortalità né alla distribuzione territoriale dei focolai.
I rapporti del MINSAP si sono ridotti a comunicati ambigui e riunioni trasmesse dove i funzionari parlano di “esperienze accumulate” e “insegnamenti dalla COVID” mentre l'intero paese si ammala.
Risulta rivelatorio che lo stesso testo ufficiale parli di "identificare il problema da quando il paziente presenta febbre", come se l'isola non stesse affrontando da mesi un aumento esplosivo di sindromi febbrili.
Solo ora, di fronte all'impossibilità di nasconderlo, il regime ammette l'epidemia, sebbene la presenti nel suo discorso di "scienza rivoluzionaria" per mascherare l'incompetenza amministrativa che ha permesso la sua espansione.
Un sistema esaurito
Il collasso sanitario non è frutto del caso, ma di anni di abbandono, esportazione di servizi e professionisti medici, mancanza di investimenti e priorità alla spesa militare, propagandistica e per infrastrutture turistiche rispetto a quella sanitaria.
Gli ospedali sono privi di letti, i laboratori non hanno reagenti e le farmacie sono vuote. Tuttavia, il regime continua a finanziare la costruzione di hotel che rimangono deserti, campagne politiche e atti di riaffermazione ideologica, mentre chiama gli studenti di medicina a “rafforzare” compiti che dovrebbero essere svolti da professionisti qualificati.
La realtà è che Cuba sta affrontando una crisi sanitaria generalizzata senza risorse né trasparenza. La risposta del regime è ancora una volta la stessa di sempre: controllare la narrativa, mascherare i dati e incolpare il popolo.
Mientras tanto, le arbovirosi avanzano, gli ospedali affondano e l'intero paese rivive l'inferno della pandemia, questa volta senza scuse, senza vaccini e senza speranza.
“La crisi è acuta, solo circa il 30% si è contagiato”, secondo il MINSAP
Le autorità del Ministero della Salute Pubblica (Minsap) e specialisti in arbovirosi sono intervenuti la settimana scorsa nella Mesa Redonda per affrontare il deteriorato panorama epidemiologico di Cuba, contrassegnato dalla diffusione del dengue, del chikungunya e di altri virus trasmessi da zanzare.
Il direttore nazionale di Epidemiologia, Dr. C. Francisco Durán García, ha riconosciuto che la crisi sanitaria del paese continua ad essere “acuta”, sebbene abbia assicurato che esiste una “tendenza alla diminuzione” dei casi. Ha insistito sul fatto che, dopo essere stati infettati dal chikungunya, le persone acquisiscono immunità; tuttavia, la cosa migliore è non contrarre la malattia.
Durán ha negato che il 90% della popolazione si sia contagiata di chikungunya, ma ha ammesso che le valutazioni mostrano cifre preoccupanti, con “un 30%, e oltre il 30%” di contagi.
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