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Il nipote di Olaida del Castillo, membro del movimento di opposizione Damas de Blanco, è deceduto all'Avana a causa di uno dei virus trasmessi dalle zanzare che hanno contagiato gran parte della popolazione a Cuba.
Il piccolo è morto sabato sera in ospedale, dove era ricoverato da diversi giorni in condizioni gravi, lottando per la sua vita.
La notizia è stata confermata su Facebook da Laura María Labrada Pollán, figlia della defunta leader dell'organizzazione, Laura Pollán.
"Porgiamo a lei e ai suoi familiari i nostri più profondi sentimenti da parte dei suoi fratelli del CID", ha detto Laura María, che non ha specificato quale virus abbia causato la morte del bambino.
Decine di persone hanno manifestato il loro dolore e la loro indignazione per il tragico evento, che non è una perdita isolata, ma piuttosto frequente nel contesto del collasso sanitario del paese.
La morte del bambino mette in evidenza il crollo sanitario che vive Cuba e l'abbandono in cui si trovano migliaia di famiglie, costrette ad affrontare un'epidemia che lo stesso Governo ha finito per ammettere a malincuore, dopo mesi in cui ha minimizzato la sua gravità.
Una tragedia personale che ritrae l'abbandono generalizzato
Il decesso avviene in un contesto in cui le principali città del paese sono immerse in una evidente insalubrità: discariche stracolme, strade piene di acque stagnanti e assenza totale di capacità da parte dei governi locali di garantire condizioni minime di igiene.
Sono scenari favorevoli alla proliferazione di zanzare, il cui aumento ha fatto schizzare i casi di dengue, chikungunya e altri arbovirus.
Le autorità sanitarie, anziché assumersi responsabilità dirette, insistono nel dare la colpa alla popolazione per non mantenere puliti i cortili e i corridoi.
Nel frattempo, i quartieri continuano a essere sepolti nei rifiuti, i sistemi fognari sono collassati e la disinfestazione è sporadica o inesistente a causa della mancanza di combustibile, attrezzature e personale.
Le famiglie soffrono le conseguenze peggiori: ospedali con reparti sovraffollati, mancanza di letti, scarsità di reagenti per analisi, assenza di farmaci di base e servizi che funzionano solo parzialmente, senza personale sufficiente.
Il Governo ammette la crisi, ma non offre soluzioni concrete
La settimana scorsa, funzionari del Ministero della Salute Pubblica sono intervenuti nella Mesa Redonda per spiegare il "deteriorato panorama epidemiologico".
Il direttore nazionale di Epidemiologia, dottor Francisco Durán, ha riconosciuto che la situazione rimane "acuta" e che almeno 14 province affrontano una circolazione attiva di dengue e chikungunya.
Ha anche ammesso che più del 30% dei cubani si è già contagiate con il chikungunya.
Nonostante la gravità del problema, Durán si è sforzato di proiettare un'immagine di controllo e miglioramenti, anche se le stesse statistiche ufficiali mostrano decine di municipi con trasmissione attiva, decine di migliaia di contagi e focolai febbrili diffusi in tutto il paese.
Le dichiarazioni, piene di frasi tecniche e appelli alla "partecipazione comunitaria", contrastano in modo travolgente con la realtà visibile: ospedali in rovina, senza forniture, senza specialisti e senza capacità di affrontare un aumento costante di ammalati.
Mentre l'epidemiologo parla di "tendenza alla diminuzione", i quartieri vivono il contrario: più zanzare, più febbre, più casi gravi… e più morti.
Un'epidemia alimentata dall'indolenza ufficiale
La crisi si aggrava perché il programma di controllo vettoriale è praticamente scomparso. La disinfestazione, quando viene effettuata, copre solo aree isolate e il suo effetto è minimo di fronte all'accumulo massiccio di spazzatura, alle abitazioni senza drenaggio e all'abbandono urbano generalizzato.
El stesso Durán ha riconosciuto errori strutturali nella raccolta dei rifiuti, ma il Governo continua a scaricare la responsabilità sulla popolazione ed evita di ammettere che il collasso dei servizi municipali è una conseguenza diretta della disorganizzazione statale, della mancanza di investimento e di anni di decisioni sbagliate.
A tutto ciò si aggiunge la scarsità di farmaci: antistaminici, analgesici, sieri, antibiotici, kit diagnostici e persino multivitaminici sono prodotti che quasi mai appaiono in farmacia o negli ospedali.
Le famiglie devono improvvisare trattamenti casalinghi mentre i professionisti della salute cercano di fare il loro lavoro senza strumenti, senza personale sufficiente e, a volte, senza un'elettricità stabile nei centri assistenziali.
Una morte che simboleggia un paese malato
La scomparsa del nipote di Olaida del Castillo è un colpo devastante per la sua famiglia, ma rappresenta anche il riflesso di un paese dove la vita quotidiana è diventata un rischio permanente.
Dove un bambino può perdere la vita non per l'aggressività del virus, ma perché i suoi genitori e nonni non trovano un sistema sanitario in grado di offrirgli una reale opportunità di sopravvivenza.
Mentre il Governo insiste nel mostrare grafici e frasi ottimiste in televisione, la realtà si impone: più persone si ammalano, più famiglie subiscono perdite irreparabili, più quartieri rimangono intrappolati tra rifiuti, zanzare e abbandono.
La morte di questo piccolo non è un incidente inevitabile. È la conseguenza diretta di un paese bloccato in una crisi sanitaria prolungata, aggravata dalla mancanza di azione da parte dello Stato, da istituzioni inoperanti e da un sistema che da anni ha smesso di proteggere la sua gente.
Oggi, un'altra famiglia cubana piange, e l'intero paese si chiede nuovamente quanti bambini, anziani e malati dovranno morire prima che il Governo si assuma le sue responsabilità e agisca con l'urgenza che la epidemia - e la vita umana - richiedono.
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