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Un recente comunicazione del Palazzo ha annunciato con tono euforico e positivo un'"offensiva per una capitale migliore", guidata dal governante Miguel Díaz-Canel per migliorare i servizi di base dell'Avana.
Secondo il testo, il primo segretario del Partito Comunista guida ogni sabato riunioni insieme ai principali dirigenti del Partito Comunista, durante le quali vengono analizzati i progressi in materia di elettricità, approvvigionamento idrico, raccolta dei rifiuti e manutenzione urbana.
La nota redatta dalla palaziale capo ufficio stampa, Leticia Martínez Hernández, ha presentato l'iniziativa come un'azione coordinata dello Stato, del Partito, degli organismi locali e “del popolo habanero” per recuperare l'immagine della città e migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti.
Tuttavia, l'analisi del contenuto e del tono del comunicato permette di identificarlo non tanto come un rapporto di gestione, quanto come un esercizio propagandistico, coerente con la strategia comunicativa che il regime cubano ha mantenuto per decenni: esaltare la figura del leader, spostare le responsabilità verso i livelli inferiori e proiettare un'immagine di efficacia, anche in mezzo a un fallimento strutturale.
Le cifre presentate nel testo sembrano essere elaborate per sostenere quella narrativa piuttosto che per informare con trasparenza. Si afferma che 32.484 persone hanno recentemente beneficiato dell'approvvigionamento idrico e che sono stati raccolti 267.787 metri cubi di rifiuti solidi nella capitale.
Tuttavia, le informazioni mancano di contesto: non viene specificato in quale periodo sia stato conseguito questo presunto progresso, qual era la situazione precedente né come si misura la sostenibilità delle azioni.
Nel comunicato stesso si riconosce che in diversi comuni i cicli di distribuzione dell'acqua superano i dieci giorni, una cifra che in qualsiasi città sarebbe segno di crisi e richiederebbe un intervento immediato, le cui soluzioni verrebbero reclamate dalla cittadinanza quasi in stato di guerra.
Nel capitolo energetico, il testo ufficiale ha parlato di una “migliore pianificazione dei blackout”, ma evita di fornire dati sulla frequenza, durata o impatto delle interruzioni nella vita quotidiana degli habaneri.
Nelle settimane recenti, diversi rapporti dell'Unione Elettrica e di media indipendenti hanno confermato che persistono i tagli quotidiani, anche in aree centrali, a causa di un deficit di generazione e di guasti ai trasformatori.
L'affermazione che la pianificazione sia migliorata può essere tecnicamente vera —i blackout forse vengono annunciati con più ordine—, ma ciò non implica che il problema sia stato risolto. Al contrario, mette in luce quale sia la percezione del governo cubano riguardo alla sua gestione: Díaz-Canel presenta come gestione efficace un “miglioramento nella pianificazione dei blackout”, come se un blackout ben pianificato costituisse una soluzione alla crisi energetica.
In questo senso, il linguaggio del comunicato rafforza il suo carattere politico. Si parla di “offensiva”, di “controlli”, di “rigorosità” e “priorità”, termini che riproducono lo stile militare con cui storicamente lo Stato cubano ha tentato di trasmettere l'idea di controllo e disciplina nella gestione civile.
Il protagonismo di Díaz-Canel come figura centrale, accompagnato da alti dirigenti del Partito, risponde alla logica dei comunicati trionfalistici: il leader orienta, supervisiona ed esige risultati con autorità e severità, mentre i subordinati correggono gli errori.
Martínez Hernández ha articolato il suo messaggio attorno alla nozione di sforzo collettivo e al monitoraggio costante del massimo dirigente, ma ha omesso un elemento essenziale: i risultati concreti.
In nessun momento si è affrontata la mancanza di risorse, l'obsolescenza delle infrastrutture o l'inefficienza delle aziende statali incaricate dei servizi. Non sono state nemmeno riconosciute le cause strutturali dei problemi, che vanno dalla centralizzazione amministrativa alla corruzione e al degrado degli investimenti pubblici.
In questo contesto, il comunicato ha svolto una funzione chiaramente politica: gestire la percezione della crisi.
L'“offensiva” non è solo un'operazione materiale, ma un meccanismo discorsivo per riprendere l'iniziativa narrativa in un momento di profondo malessere cittadino. La messa in scena di riunioni, controlli e orientamenti cerca di convincere la popolazione che lo Stato mantiene il controllo, anche se le condizioni di vita continuano a peggiorare.
Nel testo non c'è una reale rendicontazione né una descrizione verificabile dei fatti. Ciò che viene offerto è una storia costruita con cura per sostenere la legittimità della leadership e l'idea che la soluzione dipenda, ancora una volta, dal lavoro, dalla disciplina e dalla fedeltà al Partito.
La conclusione che involontariamente ha lasciato Martínez Hernández è che il regime cubano continua a utilizzare i vecchi meccanismi della sua propaganda politica per coprire le carenze strutturali.
Invece di riconoscere la gravità della crisi dei servizi che attraversa L'Avana, il discorso ufficiale preferisce insistere sulla retorica dell'impegno e della supervisione. Ma il racconto dell'azione costante non sostituisce i risultati: le strade continuano a essere piene di spazzatura, i blackout persistono e l'acqua non arriva con regolarità.
L'“offensiva” può essere intensa sul piano mediatico, ma nella realtà quotidiana degli habaneri, la capitale continua ad aspettare miglioramenti che non arrivano.
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