En uno dei momenti più critici del sistema elettrico cubano, con interruzioni quotidiane, crisi di generazione e scarsità cronica di combustibili, il Noticiero Nacional de Televisión è tornato a ricorrere al consueto trucco del regime per cercare di calmare l'incertezza popolare: la promessa che questa volta si troverà davvero petrolio.
Il reportage di NTV -redatto dal portavoce ufficiale per questioni energetiche, Bernardo Espinoza- ha annunciato una presunta intensificazione di studi geologici con il supporto della Repubblica Popolare Cinese, per identificare possibili zone d'interesse per l'esplorazione di petrolio e gas sulla terraferma.
Sotto il paravento di una presunta "geologia allineata con le priorità del paese", Espinosa ha spiegato che sono in fase di sviluppo mappe geochimiche con tecnologia all'avanguardia che permetteranno di rilevare anomalie chimiche in tutto il territorio nazionale, alla ricerca di nuovi giacimenti. Il progetto, ha assicurato, "non ha precedenti" e gode del pieno supporto del governo cinese.
Secondo le parole degli specialisti intervistati, questi studi aiuteranno a rilevare dalle concentrazioni di elementi minerali fino a possibili riserve di idrocarburi, e avranno un impatto anche sull'agricoltura e sull'ambiente.
Ma la promessa centrale è chiara: si tratta di trovare petrolio per sostenere la produzione di energia elettrica nazionale, uno dei talloni d'Achille più esposti del paese.
Tuttavia, questo tipo di annunci non è nuovo. Il regime cubano opera da oltre due decenni vendendo aspettative energetiche che non si concretizzano mai.
Basta rivedere i documenti stampa per identificare un modello: in ogni ondata di blackout, quando la tensione sociale aumenta, il governo risponde non con soluzioni immediate, ma con annunci spettacolari su imminenti scoperte di petrolio, tecnologie rivoluzionarie o accordi internazionali “strategici” che presumibilmente risolveranno la dipendenza energetica. Il risultato è sempre lo stesso: nulla cambia.
In 2018, ad esempio, è stata promossa con grande entusiasmo la partecipazione dell'azienda cinese Gran Muralla nella perforazione di nuovi pozzi a Matanzas, utilizzando tecniche avanzate che permetterebbero di estrarre petrolio dalla terraferma fino alle zone marine.
La promessa era chiara: aumentare la produzione nazionale e ridurre le importazioni. Oggi, sei anni dopo, quella produzione rimane stagnante e Cuba importa oltre il 70% del combustibile che consuma.
A inizio 2024, il titolo è stato la perforazione di nuovi pozzi nella fascia nord di Matanzas. Più recentemente, a gennaio 2025, si è tornati a parlare di cinque nuovi pozzi esplorativi a Varadero. Nessuno di questi annunci ha generato un miglioramento visibile nella capacità energetica del paese.
Questo ciclo ripetitivo di promesse energetiche ha un obiettivo chiaro: costruire un racconto che sposti la colpa dei blackout verso fattori esterni o congiunturali, e allo stesso tempo proiettare una presunta capacità nazionale di invertire la crisi con risorse proprie, sovrane e in alleanza con potenze straniere "amiche". In pratica, si tratta di propaganda riciclata.
La narrativa geologica svolge una funzione ideologica: l'idea che il sottosuolo cubano nasconda una ricchezza potenziale che ha solo bisogno di tempo e scienza per essere sfruttata. Ma questa idea si ripete dagli anni novanta, senza che i risultati supportino tale affermazione.
In alcune occasioni si è promesso che il petrolio cubano fosse comparabile a quello del Golfo del Messico; in altre, che con nuove tecniche la produzione sarebbe aumentata notevolmente. La realtà è che il paese produce a malapena un terzo del greggio che consuma, e quel greggio è di bassa qualità e difficile da lavorare.
La Cina, in questa equazione, appare come il partner ideale nella retorica ufficiale: tecnologia avanzata, supporto politico, discorsi pomposi. Tuttavia, i contratti con Pechino raramente si traducono in investimenti significativi né in una reale trasferenza di tecnologia.
Oltre ad alcune attrezzature di perforazione o assistenza tecnica occasionale, non ci sono risultati visibili che giustifichino la retorica del "sostegno totale". In effetti, molte delle iniziative energetiche annunciate con la Cina sono rimaste nel limbo dopo essere state titoli di un giorno.
La popolazione cubana, che sperimenta sulla propria pelle gli effetti dei blackout, ha imparato a leggere tra le righe. Ogni volta che si annuncia un "nuovo giacimento potenziale", ciò che di solito segue non è luce, ma piuttosto maggiore oscurità. I blackout non scompaiono con parole, né con mappe geochimiche, né con promesse di sovranità energetica.
Lo che il paese non necessita è una nuova storia sul petrolio nascosto sotto terra, ma trasparenza, gestione efficiente e una reale volontà di cambiare un modello energetico fallito. Finché ciò non accadrà, il petrolio continuerà ad essere, per i cubani, non una risorsa, ma un racconto. Una storia cinese.
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