Assemblea di Cineasti: «Il dito accusatore non deve essere puntato su Ana Bensi e sua madre»

Anna Sofía Benítez Silvente invia un messaggio incisivo al regime cubanoFoto © Collage Facebook / Anna Sofía Benítez Silvente

La Assemblea dei Cineasti Cubani (ACC) ha emesso questo fine settimana un comunicato collettivo in difesa di Anna Sofía Benítez Silvente —conosciuta come Anna Bensi— e di sua madre, Caridad Silvente, condannate il 1 ottobre dal Tribunale dell'Avana Est a due anni di limitazione della libertà per aver diffuso sui social un video di un agente del MININT.

Il testo, firmato da undici rappresentanti del settore audiovisivo cubano, tra cui Fernando Pérez, Ernesto Daranas, Luis Alberto García, Belkis Vega e Kiki Álvarez, inizia con un'affermazione contundente: «Filmare il dolore, l'incertezza, l'agonia di un paese è diventato un reato».

Il pronunciamiento, pubblicato sui social media, descrive il caso come parte di un modello di repressione continua e non come un evento isolato.

La ACC denuncia la contraddizione tra la pratica dello Stato cubano di esporre pubblicamente chi dissente —attraverso i mezzi ufficiali— e la criminalizzazione di azioni simili da parte dei cittadini: «La doppia morale è diventata un marchio di identità ufficiale. Sono abili nell'applicare la legge secondo i propri interessi e interpretazioni, ma sordi o ciechi quando si tratta di rispettare il diritto costituzionale dei cittadini di esprimere pubblicamente e pacificamente il proprio sentire sulla realtà».

Il caso è nato il 10 marzo 2026 nel quartiere di Alamar, L'Avana, quando il sottufficial del MININT Yoel Leodán Rabaza Ramos si è recato presso l'abitazione di entrambe le donne per consegnare loro una convocazione della Sicurezza dello Stato.

Caridad Silvente ha registrato l'incontro e le immagini sono circolate sui social network, il che ha scatenato mesi di molestie e minacce istituzionali, arresti domiciliari dal 25 marzo e il divieto di uscire dal paese.

Il tribunale le ha dichiarate colpevoli del reato di «atti contro la privacy personale e familiare», previsto dall'articolo 393 del Codice Penale cubano, che punisce la divulgazione di contenuti che danneggiano l'immagine o i dati personali di un'altra persona, con pene aggravate quando la diffusione avviene tramite social media.

Durante il processo, Anna Bensi ha dichiarato «non siamo criminali» e prima dell'udienza aveva avvertito che non si aspettava un processo equo.

La condanna ha generato un'ampia ondata di solidarietà. L'Ambasciata degli Stati Uniti a Cuba ha pubblicato lo stesso giorno del processo il messaggio «Pensare in modo diverso non è un crimine», e il Sottosegretario di Stato per gli Affari dell'Emisfero Occidentale, Juan Pablo Segura, ha qualificato la sentenza come una codardia.

Il caso è arrivato anche ai media internazionali come NBC, DW, El País e ABC, generando indignazione globale.

La ACC, che nel marzo del 2026 aveva già respinto la repressione sistematica contro il pensiero critico a Cuba, sottolinea nel suo comunicato che le autorità «temono le parole e le immagini, soprattutto se evidenziano il crollo di un sistema, l'incubo dietro il sogno».

Il testo si conclude identificando i veri responsabili e tracciando una linea chiara tra vittime e carnefici: «Le ferite di una nazione non si curano con il silenzio o la repressione».

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Redazione di CiberCuba

Un team di giornalisti impegnati a informare sull'attualità cubana e temi di interesse globale. Su CiberCuba lavoriamo per offrire notizie veritiere e analisi critiche.

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