Il sacerdote Alberto Reyes Pías, parroco di Esmeralda, Camagüey, e una delle voci religiose più seguite all'interno di Cuba, ha pubblicato questa domenica sul suo profilo Facebook una nuova meditazione spirituale in occasione del XXVI Domenica del Tempo Ordinario, prendendo come punto di partenza la parabola dei due figli del Vangelo di Matteo (21, 28-32).
Sotto il filo conduttore di questa parabola —in cui il figlio che inizialmente disse «no» al padre, ma poi si pentì e andò a lavorare nella vigna, finì per compiere la sua volontà—, Reyes ha sviluppato una riflessione sulle modalità in cui gli esseri umani si danneggiano da soli etichettandosi, arrendendosi o rimandando indefinitamente il cambiamento che sanno essere necessario.
«Allo stesso modo in cui ci sono molti modi per aggredire gli altri, ci sono anche molti modi per auto-aggredirci, per farci del male, per immobilizzare il meglio di noi stessi», scrisse il sacerdote all'inizio del suo testo.
Il Padre Reyes ha identificato tre grandi forme di questa auto-aggressione spirituale.
La prima è etichettarsi come irremediabile: «Senza rendercene conto, ci autoaggrediamo dicendoci che 'io sono così', 'non ho soluzione', 'non funzionerà', 'non vale la pena provarci', 'non ho forze per questo'».
La seconda è la negazione della propria necessità di cambiamento: «E ci aggrediamo anche quando, forse per zittire la voce della coscienza, cerchiamo di convincerci che 'non ho nulla da cambiare', 'sto bene così'».
La terza, ha sottolineato, riguarda la paura di rompere con un'immagine già consolidata davanti agli altri: il timore che un cambiamento nella propria vita «sorprenda» o «deluda» coloro che ci hanno sempre conosciuti in un certo modo.
Per illustrare quest'ultimo punto, il sacerdote si è richiamato a figure bibliche concrete: «Crediamo davvero che sia stato facile per Maria Maddalena e per Matteo rompere con la vita che conducevano e seguire il Signore?», ha chiesto, ricordando che entrambi continuarono ad essere visti dalla società del loro tempo come la prostituta e il pubblicano, anche dopo aver seguito Gesù.
Reyes ha anche affrontato la procrastinazione come forma di autolesionismo: la promessa di fare «il primo passo» che viene rimandato indefinitamente, mentre si alimenta «un domani che non arriva perché non facciamo mai nulla affinché arrivi».
Di fronte a tutte queste forme di paralisi, il sacerdote ha sottolineato che l'invito divino rimane aperto, ma senza costrizione: «Dio continuerà sempre a chiederci di andare nella sua vigna, di uscire dalla mediocrità, di tirare fuori il meglio di noi stessi, ma non violenterà mai la nostra libertà».
«E per essere fedeli al sì, e per cambiare il no che abbiamo dato, è meglio non aspettare domani, perché ogni cammino inizia quando facciamo un primo passo», ha concluso Reyes nella sua riflessione di questa domenica.
Questa consegna fa parte della rubrica settimanale «Ho pensato», che Reyes ha avviato nel 2020 e che ha già superato le 176 edizioni pubblicate su Facebook. Il sacerdote ha mantenuto a settembre un'intensa attività pubblica: ha riflettuto sul perdono, ha fatto appello alla speranza e ha descritto la Chiesa come «vicino scomodo» del regime cubano.
Il Padre Reyes ha pagato un prezzo per la sua voce critica: a gennaio la Sicurezza dello Stato lo ha convocato e gli ha elevato un verbale di avvertimento, e a luglio le autorità gli hanno impedito di viaggiare a Miami. Nonostante queste pressioni, non ha interrotto le sue pubblicazioni settimanali né ha moderato il suo tono.
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