Ramón Saúl Sánchez, leader del Movimento Democracia e figura storica dell'esilio cubano, ha lanciato una critica diretta contro l'embargo statunitense su Cuba in un'intervista con Tania Costa: «Io non credo nell'embargo. Questo è il più grande imbarco che ci ha dato la politica estera degli Stati Uniti con l'assenso di alcuni qui».
La dichiarazione, riportata in un frammento del programma, smonta simultaneamente due narrazioni opposte che, secondo Sánchez, sono altrettanto false: «Quelli di là (il regime) dicono che Cuba si sta distruggendo a causa dell'embargo e quelli di qui dicono che Cuba si sta liberando grazie all'embargo. Entrambe sono menzogne».
L'argomento centrale del dirigente dell'esilio è che la misura non incide sul regime tanto quanto si proclama, perché in pratica il commercio continua. «Qui negli Stati Uniti si vende di tutto al regime e al popolo di Cuba e il regime ne trae beneficio». Nel frattempo, il popolo cubano dipende dalle rimesse che i suoi familiari inviano dall'estero per non morire di fame.
Sánchez illustra il suo scetticismo con esempi concreti sull'inutilità di certe sanzioni individuali. Sottolinea che imporre restrizioni al capo della sezione militare dell'Ambasciata di Cuba in Russia, o aver sanzionato in vita Ramiro Valdés, sono misure vuote. "Queste persone non hanno beni negli Stati Uniti né hanno bisogno di entrare nel paese, quindi la sanzione non ha alcun peso per loro."
Il leader dell'esilio chiarisce che non rifiuta tutte le sanzioni in modo assoluto: «Non dico che le sanzioni non debbano essere imposte in molti casi, ma che questa non è l'unica via». La sua critica si rivolge al fatto che vengano presentate come lo strumento principale o unico per ottenere un cambiamento a Cuba.
Envece, Sánchez propone un'alternativa che trova molto più potente: fornire accesso a internet al popolo cubano. E va oltre suggerendo che la sua assenza non è casuale. Secondo la sua opinione, se i cubani potessero comunicare e sentirsi supportati quando scendono in strada, le proteste crescerebbero fino a diventare «il fattore interno sovrano e autoctono che si libera di quella tirannia».
Questa intervista si svolge in un momento di proteste costanti a Cuba: l'Osservatorio Cubano dei Conflitti ha documentato 1.311 manifestazioni a maggio 2026 con un leggero calo ad agosto, mentre Cubalex ha registrato 319 eventi repressivi solo a giugno. Il regime ha risposto con militarizzazione, arresti e interruzioni sistematiche di internet e dati mobili, il che rafforza direttamente l'argomento di Sánchez.
Il contesto immediato dell'intervista sono le rivelazioni del Nuevo Herald sulle negoziazioni segrete tra l'amministrazione Trump e il governo cubano, in cui si è esplorata la privatizzazione della CUPET e le dimissioni di Díaz-Canel come condizione per un accordo di transizione. Sánchez è stato il primo ad alzare la voce contro quel modello quando si sono conosciti i primi contatti, definendoli in marzo 2026 come «offesa e umiliazione» per il popolo cubano.
La Habana ha calcolato il costo dell'embargo tra marzo 2025 e febbraio 2026 in un record di 8.083,3 milioni di dollari, cifra che il regime utilizza per responsabilizzare Washington della crisi. Per Sánchez, quella narrativa è precisamente la «merce avariata» che la politica estera statunitense finisce per alimentare con misure che suonano contundenti ma non cambiano nulla nell'Isola. È importante notare che finora quest'anno le esportazioni di combustibile verso Cuba sono aumentate fino a sfiorare i 157 milioni di dollari.
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