
Il trovador cubano Ariel Díaz ha pubblicato questo venerdì un intenso testo su Facebook in cui dichiara il collasso definitivo del progetto rivoluzionario cubano, con parole che difficilmente potrebbero uscire da qualcuno estraneo al sistema: «Tutto è finito. Siamo già arrivati al punto di non ritorno. I pilastri che vagamente sostenevano il paese e la mistica indispensabile della Rivoluzione Cubana si sono piegati dopo anni di indebolimento a causa di fattori esterni e interni».
Díaz, figura riconosciuta della trova cubana con una carriera artistica di oltre due decenni, non scrive dalla sponda della dissidenza, ma dall'interno del stesso edificio che ora dichiara in rovina.
Il testo inizia con un avvertimento: «Non vengo a essere ottimista, vengo a essere realista. So che arriveranno colpi da tutti i lati, ma non ho talento per fingere». Seguono un resoconto delle perdite che abbraccia il politico, il culturale, lo sportivo e lo simbolico.
«È caduta a terra la maschera del Socialismo tropical. Abbiamo fallito. Il nemico, alla lunga, ci ha vinto», scrive Díaz, prima di tracciare un parallelo storico che colpisce nel cuore della narrativa ufficiale: «Come in passato, quando perdemmo l'apostolo, anni di sacrificio per una Cuba libera dalla Spagna sono stati gettati nel letamaio della Pseudo-repubblica; oggi, senza la leadership di Fidel Castro, i mambises non torneranno a entrare a Santiago».
Uno dei passaggi più incisivi è il ripasso degli alleati storici di Cuba, elencati uno a uno come assenti: «Ci hanno massacrato, divisi, dimenticati, abbandonati. Gli alleati che tanto hanno beneficiato della nostra infinita solidarietà ora guardano altrove, impauriti, schiavi e sordi». Angola, Etiopia, Granada, Vietnam, Algeria, Nicaragua, Venezuela, Namibia, Guatemala, Cile, Argentina, Bolivia, Cina e Russia sfilano nel testo come nazioni che hanno voltato le spalle all'isola.
La imagen che Díaz costruisce di Cuba è quella di un paese esaurito su tutti i fronti: «Spenti, senza la raccolta di milioni, senza giovani mobilitati nei campi, […] senza vincere nel baseball, alle corde nel pugilato, senza servizio nella pallavolo, senza scacco matto, […] senza festival di Varadero, senza cinema di quartiere, senza Trova di sinistra, senza avventure alle 7:30, senza Vicente, senza Santiago, senza Corina, senza Alden». Il ritratto culmina con una sentenza brutale: «Siamo una donna anziana curvata, con le pareti scrostate, che fruga nella spazzatura del mondo per sopravvivere».
Il testo non è un fatto isolato. Il cantautore e deputato ufficialista Raúl Torres ha ammesso giorni prima su Facebook che «il popolo è lì a tirare l'ultimo fiato e il riflusso di fiducia nei guidatori della rivoluzione», sebbene senza rompere con il sistema. Silvio Rodríguez ha messo in discussione il modello economico cubano in diverse occasioni durante il 2026, ma senza abbandonare la sua difesa della Rivoluzione. Il testo di Díaz va considerevolmente oltre rispetto a entrambi.
Esas voci di disincanto emergono nel peggior momento economico che Cuba ha vissuto in decenni: black-out di oltre venti ore al giorno, un deficit di generazione elettrica che supera abitualmente i 2.000 MW e una contrazione accumulata superiore al 15% dal 2020. Il Food Monitor Program ha segnalato che oltre il 90% delle famiglie cubane ha difficoltà ad accedere a prodotti essenziali.
Il trovador chiude la sua pubblicazione con una metafora che rovescia il mito dell'eroe svizzero: «Alla fine Guglielmo Tell cedette l'arco e il suo figliolo mancò il colpo attraversando la fronte di suo padre». L'immagine suggerisce che la Rivoluzione ha finito per distruggere proprio ciò che prometteva di proteggere, e che il colpo fallito non fu opera del nemico, bensì dei propri.
Video correlati:
Archiviato in: