Leonardo Padura: Con le riforme, lo Stato cubano conserverà «la più importante ed efficiente delle sue industrie, quella del controllo»

Leonardo Padura commenta su El País riguardo al pacchetto di misure economiche del regime cubano e avverte che lo Stato cederà terreno economico, ma conserverà «l'industria del controllo». Lo scrittore delinea un arco di sei decenni, dalle nazionalizzazioni del 1968 alle riforme del 2026, per sottolineare la paradossale situazione in cui ciò che un tempo era perseguito e penalizzato oggi si presenta come soluzione.



Leonardo PaduraFoto © FB/Juan Antonio García

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Il scrittore cubano Leonardo Padura ha pubblicato questo sabato su El País un articolo di opinione intitolato «Cuba: morire nella sabbia» nel quale smonta, con ironia storica e memoria personale, il pacchetto di 176 misure economiche approvato dal regime nel giugno del 2026, e avverte che lo Stato, pur cedendo terreno economico, non rinuncerà al potere che più gli importa.

Padura apre il testo sul diario spagnolo con un ricordo del 1968: mentre si dirigeva a scuola nel suo quartiere dell'Avana, trovò chiusa la rivendita del vicinato, interdetta dalla Offensiva Rivoluzionaria che quell'anno nazionalizzò migliaia di piccoli negozi privati in tutta l'isola.

Quell'episodio fu, scrive, la sua prima rivelazione di cosa significasse un processo rivoluzionario radicale: il negozio «passava a essere di proprietà del popolo, anche se in realtà era dello Stato», e non riaprì mai più.

Da quell'immagine, il romanziere delinea un arco di quasi sei decenni per arrivare al presente: lo stesso governo, con lo stesso sistema e quasi le stesse persone al comando, annuncia ora che qualsiasi cubano può aprire una fabbrica con lavoratori salariati o fondare una banca privata.

«È stato necessario che la società cubana scendesse nella crisi generale più oscura perché si considerasse che ciò che è inaccettabile, ciò che è punibile, ciò che è da condannare, oggi sia conveniente, appropriato, giusto», scrive Padura.

Lo scrittore sottolinea che la paura maggiore del regime per decenni non è stata la proprietà privata in sé, ma le sue conseguenze politiche: «senza che sia stato detto, quella è sempre stata la ragione politica che ha gravità su quella società. È ben noto che il denaro può cambiare le politiche».

Padura sottolinea anche la pressione esterna come fattore scatenante: «è stata necessaria una politica di massima pressione, progettata da Washington, con minacce di azioni militari incluse, affinché si rovesci il rigido sistema economico del paese». Ma avverte che quell'apertura ha un limite preciso: lo Stato intende conservare «la più importante ed efficiente delle sue industrie, quella del controllo». In Cuba, scrive, «si potrà giocare con ciascuno degli anelli della catena, ma senza toccare il burattino».

L'articolo ha anche una dimensione autobiografica che illustra la brutalità delle proibizioni che ora vengono sollevate: il padre di Padura fu condannato nel 1985 a sei mesi di carcere «accusato di traffico di valuta per aver acquistato tinta per capelli per il salon —ovviamente clandestino— che nel cortile di casa mia gestiva mia madre».

Le 176 misure approvate dal regime includono l'autorizzazione della banca privata, sportelli di cambio, l'eliminazione del limite di 100 lavoratori per le piccole e medie imprese e la possibilità che una persona possa essere titolare di più di un'azienda. L'economista Pedro Monreal le ha definite «ibrido deforme» per rispondere a una logica di concessioni revocabili piuttosto che di diritti garantiti.

Il contesto in cui arrivano queste riforme è devastante: blackout di fino a 22 ore al giorno a L'Avana e molte di più nelle province interne del paese, carenza della maggior parte dei farmaci essenziali, una caduta del PIL del 26% dal 2020 e un'inflazione reale vicina al 70%. Dal 2021 circa due milioni di cubani —circa il 15% della popolazione— hanno lasciato il paese.

Padura descrive questa frattura sociale con precisione: «mentre in alcuni settori della società si vedono bagliori di ricchezza, in altri, quelli maggioritari, si è verificato un rapido impoverimento che, entro il 2026, ha portato quella grande massa umana a esistere a livelli di sopravvivenza francamente precari».

Lo scrittore conclude con domande che definisce quasi sempre allarmanti: chi si fiderà di un governo che per decenni ha coltivato la sfiducia per ora investire a Cuba, e chi, dalle strutture del potere, sarà meglio posizionato per beneficiare di quella che definisce una «prevedibile piñata d'investimenti».

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