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La fotografa e artista visiva María Isabel, conosciuta come Vida Winter, ha pubblicato questo fine settimana su Facebook un testo che riassume con brutalità lo stato d'animo di milioni di cubani: la rassegnazione forzata di fronte a una crisi elettrica che il regime è incapace di risolvere e che ha trasformato i blackout di 24 ore in una routine vissuta in silenzio.
«Ci siamo già adattati, in silenzio, a 24 ore senza corrente. Se ci daranno 30 o 40, lo sopporteremo anche, in silenzio», ha scritto l'artista di Santa Clara.
Winter descrive come il suo edificio «si vanta del miglior comportamento nella città», un'ironia amara che ritrae la normalizzazione dell'insopportabile sotto la dittatura di Miguel Díaz-Canel.
Nel suo testo, ricorre alla letteratura per spiegare ciò che la politica non può nominare senza rischio: confronta Cuba con Macondo, il villaggio condannato del romanzo «Cien años de soledad», e l'élite al potere con la famiglia Buendía, una casta che perpetua il proprio potere di generazione in generazione.
«Il cubano ha perso la sua stirpe, il suo sangue mambìs, siamo stati sconfitti dall'ambizione di un gruppo che, come i Buendía, appartiene alla stessa casta. Generazione maledetta in verità», scrisse.
Arriva persino a chiedersi se non sarebbe preferibile «una fine come quella di Macondo, che ci cancella dalla faccia della terra», una frase che riflette l'estrema disperazione che attraversa la società cubana.
Il contesto che circonda questo testo è quello della peggiore crisi elettrica della storia recente di Cuba: il 25 giugno, il deficit elettrico nazionale ha raggiunto un record storico di 2,208 MW, superando il precedente massimo di 2,174 MW registrato il 14 maggio.
La domanda supera i 3.000 MW, ma la disponibilità del sistema raggiunge appena tra i 950 e i 1.090 MW. A Matanzas si sono accumulate fino a 85 ore consecutive senza corrente; a Holguín, fino a 50.
Winter fa anche riferimento all'unica forma di resistenza rimasta al popolo: «Il nostro logo nazionale è diventato un pentolone con un mestolo, il cui suono è temuto dai 'segurosos'». Racconta che nel suo palazzo qualcuno ha iniziato un piccolo gesto di protesta e agenti della Sicurezza dello Stato hanno ispezionato i piani «come topi» in cerca del responsabile.
Quella repressione è documentata: l'Osservatorio Cubano dei Diritti Umani ha registrato 1.289 azioni repressive e 154 detenzioni arbitrarie tra gennaio e giugno.
L'artista ironizza anche sul riconoscimento ufficiale a Villa Clara come provincia «distinta» (riferendosi all'emulazione per la sede del 26 luglio), proprio quando i suoi abitanti -che la chiamano Villa Oscura- sopportano tra le 20 e le 22 ore al giorno senza elettricità.
Sulle speranze riposte in figure esterne, Vida Winter è categorica: «Coloro che credono che arriverà un Marco Rubio, Trump o Bukele a liberarci dal crostaceo e dalla sua famiglia, apprezzo il loro entusiasmo. Il cambiamento non verrà dall'esterno».
Il testo si chiude con una domanda che funge da epitaffio per una generazione: «Cubano, ricordi l'ultima volta che sei stato felice?».
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