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Il sacerdote cubano Alberto Reyes Pías, parroco della parrocchia di Esmeralda a Camagüey, ha pubblicato la consegna numero 163 della sua rubrica settimanale su Facebook, intitolata «Ho pensato a ciò che non si riesce a comprendere», in cui smonta con fermezza la narrativa ufficiale secondo cui la crisi cubana ha una soluzione economica senza libertà politica.
La riflessione arriva giorni dopo che il regime ha presentato le 176 misure economiche approvate dall'Assemblea Nazionale, che includono l'autorizzazione della banca privata, l'eliminazione del limite di lavoratori nelle mipymes e l'apertura al capitale straniero.
Mentre il regime le presenta come la maggiore riforma strutturale degli ultimi decenni, Reyes Pías sostiene che nessuna apertura economica può prosperare finché il cittadino rimane privo di libertà.
«Da anni siamo come quei roditori domestici a cui si mette una ruota per farli divertire mentre girano, senza mai arrivare da nessuna parte. Da anni sopravviviamo in cerchi concentrici fatti di discorsi, manifestazioni, plenarie del Partito, risoluzioni, riforme, contro-riforme... che non ci hanno portato da nessuna parte, o forse sì, ci hanno portato all'esaurimento, alla miseria cronica, alla normalizzazione della sopravvivenza», scrisse.
Il sacerdote descrive coloro che governano Cuba dal gennaio del 1959 come «un gruppo ossessionato dal potere fino a livelli patologici» al quale non importa «né della miseria, né della fame, né delle aspirazioni, né delle vite» del popolo.
Nei suoi discorsi, i cubani sono trattati come «ostaggi, persone da dominare e controllare, schiavi destinati a sostenere un paese in modo che possano sfruttarlo e accumulare beni e una vita di privilegi dalla più assoluta e oscena impunità».
Reyes Pías denuncia anche l'ipocrisia del regime di fronte alle crisi: «È umiliante come ci trattano, come sfoggiano con orgoglio un potere autoritario quando i tempi sono a loro favorevoli, e come fingono di tendere una mano salvatrice quando i tempi sono avversi, una mano che sembra essere tesa per tirarti fuori dall'abisso delle acque in cui loro stessi ti hanno immerso, ma è una mano che non arriva mai a salvarti».
Di fronte al mantra ufficiale che «presto staremo meglio», si risponde con una tesi chiara: «La soluzione non è liberare l'economia, ma liberare il cittadino. La soluzione non è preservare il sistema, ma cambiare il sistema. La soluzione non è una nuova generazione di leader marxisti, ma la sostituzione del marxismo con una democrazia reale che consenta il reale potere del popolo e il fiorire della libertà e della pluralità politica».
«Il nostro problema è un problema di libertà. Non ci mancano idee, né energia, né capacità… ci manca la libertà che permette a tutto questo di dare frutti», conclude.
La riflessione si verifica in un momento di grave crisi a Cuba: blackout di fino a 30 ore, scarsezza critica di cibo e farmaci, un tasso di mortalità infantile raddoppiato fino a 9,9 ogni 1.000 nati e una previsione di calo del PIL del 15% nel 2026, aggravata dopo l'interruzione delle forniture di petrolio venezuelano a gennaio.
L'ostilità nei confronti di questo sacerdote è aumentata parallelamente alla sua visibilità.
In gennaio, la Sicurezza dello Stato lo citò insieme al sacerdote Castor José Álvarez Devesa per redigere verbali di avviso sotto minaccia di procedimento giudiziario, accusandoli di essere «promotori dell'odio».
En giugno, il trovador ufficialista Raúl Torres lo attaccò in una lettera pubblica a Papa Leone XIV, accusandolo di «incitare alla morte» e di aver «liberato l'incenso per impugnare la torcia».
Nonostante ciò, le sue riflessioni sono sempre più dirette: nel numero 161 ha paragonato Cuba a un «campo di concentramento implacabile», e nel 162 ha affermato che «nessun potere ha il diritto di tenerci in questa miseria agonica».
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