Il giornalista e scrittore cubano Alfonso Quiñones ha scartato categoricamente qualsiasi possibilità di cambiamento reale sotto l'attuale regime in un'intervista con Tania Costa per CiberCuba, sentenziando che «non si cambia con le stesse cose» e che l'unica cosa che potrebbe migliorare marginalmente sarebbe «un po' più di cibo tramite la tessera» o «meno blackout».
Quiñones, nato a Camagüey nel 1959, cresciuto a Manzanillo e stabilitosi a Santo Domingo da 25 anni, ha fornito una diagnosi devastante sulla situazione dell'isola nel 2026, sostenuta dalla sua esperienza diretta e da decenni di analisi politica e culturale.
«Non c'è possibilità di cambiamento con i medesimi. No, no credo che possa essere possibile. Si continua nella stessa ignoranza, nella stessa apatia, nella stessa mediocrità», ha affermato lo scrittore.
Per Quiñones, il regime ha distrutto la struttura produttiva del paese scommettendo tutto sul turismo come unico modello economico, abbandonando l'agricoltura e l'industria.
In quest'intervista con CiberCuba, racconta che nell'ultimo viaggio che gli è stato permesso di fare sull'isola —da L'Avana a Banes, passando per Camagüey, Manzanillo, Guantánamo e Holguín— lo scrittore ha trovato un panorama desolante: «Cuba è una giungla di marabu. Una grande giungla di marabu. È una proprietà dei Castro trasformata in una grande giungla di marabu perché si sono stancati di guadagnare soldi».
Come esempio concreto dell'abbandono produttivo, ha indicato che a Ciego de Ávila, dove prima fiorivano grandi piantagioni di ananas, oggi si estendono campi di marabù, la pianta invasiva che simboleggia il collasso agricolo cubano.
Quiñones è andato oltre e ha criticato il fatto che non venga nemmeno sfruttata quella vegetazione in modo utile. «Se almeno prendessero il marabú per produrre carbone e la gente potesse cucinare, anche solo con il carbone, farebbero qualcosa. Ma sono incapaci di fare qualsiasi cosa».
Lo scrittore ha respinto la narrativa ufficiale che attribuisce la crisi all'embargo statunitense. «Tutta la colpa viene data agli americani, a Trump e al blocco, ed è tutta una grande menzogna».
Il suo diagnóstico coincide con dati verificati del 2026: il regime cubano è rimasto senza combustibile per la produzione di energia elettrica a maggio, il che ha portato a blackout a L'Avana di tra 20 e 22 ore al giorno, mentre il 96,91% della popolazione non aveva accesso adeguato al cibo secondo il Food Monitor Program.
La vita quotidiana dei cubani tra acqua, gas e blackout riflette esattamente lo scenario che descrive Quiñones: un paese dove le richieste dei cittadini si sono ridotte all'essenziale.
Lo scrittore ha qualificato Cuba come una «nazione mediocre» costruita sulla repressione e ha evidenziato come prova estrema la presenza di minorenni tra i prigionieri politici. «Quando vedi che ci sono bambini in prigione, ci sono minorenni in prigione, insomma già...».
Il poeta ha anche evocato il concetto di «danno antropologico», attribuito al saggista cubano Dagoberto Valdés, per descrivere il deterioramento morale e civico accumulato dopo 67 anni senza democrazia nell'isola.
«Cuba è diventata una nazione mediocre. L'hanno trasformata loro in una nazione mediocre. Con tutta la mediocrità politica che sono stati capaci di motivare. Che tutto si basa sulla repressione», concluse Quiñones, lasciando l'immagine di un paese che, secondo lui, «oggi è circa 500 volte peggio che nel '59».
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